Sanremo 2014 è appena terminato, ma come nella migliore delle tradizioni, si comincia già a pensare per la prossima edizione. D’altronde in ogni gruppo di lavoro mettersi subito all’opera è il modo migliore per dimenticare una sconfitta bruciante. Perché questo è stato il 64° Festival, ben al di sotto dei 10.000.000 di spettatori anche nella serata finale: con 9.348.000, e il 43,51% di share, si è anzi trattato del risultato peggiore dal 1987, ovvero da quando esiste la rilevazione Auditel, ma è facile pensare che in un’ideale scala di valori Sanremo 2014 si collochi molto dietro anche a diverse edizioni degli anni ’70 e ’80. Insomma, una Caporetto cui lo stesso direttore di rete Giancarlo Leone, oltre al duo Fazio-Littizzetto, non è riuscito a opporre giustificazioni credibili a parte il non essere riusciti a rinnovarsi, o l’aver smarrito l’effetto-simpatia del 2013. Evidentemente troppo poco. Con il pagellone che segue proviamo, non senza una punta di ironia, a tirare le somme di ciò che è andato (poco) e ciò che non ha funzionato. Eppure Fazio non ha escluso un tris nel 2015. In fondo, a parte Bonolis o l’aziendalista Conti, chi accetterebbe di accollarsi la patata bollente?

Voto 9 a Cat Stevens. Voto cumulativo per gli altri ospiti stanieri, da Paolo Nutini a Damien Rice, fino a Stromae. Purtroppo tra trent’anni di Sanremo 2014 si parlerà solo per i pessimi ascolti, ma un posticino lo meritano anche le star internazionali invitate all’Ariston. Ottime scelte, peccato gli orari… Stevens, in particolare, è stato protagonista di uno dei picchi più alti della storia recente del Festival. Ha cantato dal vivo, e da par suo, tre pezzi-mito, a 65 anni, e soprattutto a mezzanotte e quindici, l’orario riservato agli ospiti internazionali. Purtroppo nessuno ha voluto-potuto intervistarlo su tanti temi, tra i quali la sua conversione all’Islam. Vuoi mettere perdere dieci minuti con i presenter?

 

Voto 8 a Pif. Se la sua anteprima ha ottenuto solo due milioni e mezzo di media di spettatori in meno rispetto alle puntate, delle due l’una: o lui è un genio, o il Festival faceva veramente piangere. La verità sta in mezzo. Magari l’idea del Festival di Sanromolo non è originalissima, ma Diliberto ci sa fare parecchio: ironico e pungente, ma mai invadente, l’ex Iena ha confezionato cinque strisce divertenti, mostrando una duttilità che lo fa spaziare dalla mafia alla comicità. E riuscire a non farsi bruciare da Sanremo 2014 era proprio difficile…

 

Voto 8.5 alla bellezza. Quella vera. Dopo averci tempestato per due mesi tra storia dell’arte e filosofia alla ricerca del vero concetto del bello, dopo averci rifilato dei mattoni insopportabili e retorici, dal monologo della Littizzetto in giù, per poco non si dimenticavano di mostrare che la bellezza è, anche, quella femminile. Non volgare o allusiva, tipo farfalline o giù di lì, ma semplicemente bellezza. Claudia Cardinale ha salvato la baracca in extremis, ma la serata precedente un bel contributo l’avevano dato anche Violante Placido e Simona Molinari, per alcuni le vere trionfatrici del Festival. Viola forse recita meglio di come canta, ma si lascia guardare con piacere, mentre la cantante abruzzese si è scatenata con un vestito che ha già fatto il giro del web. Rubino forse non avrebbe fatto cambio neppure con la vittoria…

 

Voto 7 a Raphael Gualazzi e The Bloody Beetroots. Hanno stregato la Giuria di Qualità, ma soprattutto hanno proposto le uniche cose davvero nuove di Sanremo 2014. Una volta tanto il televoto ha lavorato bene, sacrificando il pezzo alla Gualazzi (ma più debole del solito), a favore della commistione jazz-rock. C’è ancora qualcosa da rivedere, ma il brano era di difficile esecuzione, ed ha finito per trascinare e convincere. Ottimo anche l’arrangiamento moderno di “Nel blu dipinto di blu”.

 

Voto 6.5 a Renzo Rubino. È la vittima più illustre del televoto. Perché con “Per Sempre e poi basta”, ed un meccanismo di votazione più logico, avrebbe trionfato a mani basse. Eppure è riuscito a sfondare anche con “Ora”, pezzo agli antipodi rispetto a quello “buono”, che spezza la melassa delle canzoni d’amore. Il ragazzo d’altronde ha talento come cantante e come paroliere, pur lasciando qualche dubbio nell’interpretazione-show di un brano sì enigmatico, ma che ha sfiorato lo psicopatico. La domanda è: ma il piano lo suonava davvero?

 

Voto 6 a Arisa. X Factor, il cinema, il doppiaggio dei cartoni animati devono averle fatto montare la testa. Se qualcuno era rimasto sorpreso dalla mancata esplosione di gioia dopo la proclamazione, c’ha pensato Rosalba a mettere le cose in chiaro: “Io sono fatta così, non mi scompongo mai. E poi ero venuta per vincere, perché il mio pezzo era più pop rispetto agli altri”. Detto che su questa affermazione si potrebbe discutere a lungo, l’onore delle armi agli sconfitti andrebbe dato sempre, soprattutto se, dispiace dirlo, pop o non pop, la canzone non era proprio indimenticabile, e se il tuo Festival passerà alla storia per i mancati ascolti più che per “Controvento“.

 

Voto 5.5 a Fabio Fazio. Lui dice che di Sanremo ne farebbe anche quindici all’anno, eppure durante la finale sembrava non vedesse l’ora di tornare a Che tempo che fa? Il suo limite è stato quello di presentarsi troppo uguale a sé stesso, ma d’altronde il suo modo di fare televisione è questo, prendere o lasciare. Non ha funzionato nulla fin dal primo giorno, da quelle pacchiane scenette con Laetitia Casta. Lento, prevedibile, voleva fare il Festival della contemporaneità. Sarebbe stato meglio rispolverare il nazionalpopolare.

 

Voto 5 a Luciana Littizzetto. Votazione meritata quasi interamente durante la “letterina a Sanremo” della prima serata, quando illuse tutti di poter fare il bis di successo con la sua ironia pungente. Ma il resto è stato da dimenticare, compreso il retorico monologo sulla bellezza, pieno di ovvietà, e volto solo a scatenare l’applauso compiaciuto dell’Ariston. Tra parolacce e le solite (troppe) battute a sfondo sessuale, più che scandalizzare, ha finito con l’annoiare. Discreti i siparietti con Vessicchio. A fine Festival ha detto di volersi prendere una pausa con la televisione italiana, e di sognare l’estero. Se fosse vero anche il contrario, si potrebbe provare.

 

Voto 5 a Marco Mengoni. Impeccabile l’omaggio a Sergio Endrigo, molto più discutibile quello che aveva detto pochi minuti prima al Tg 1. Domanda del giornalista Vincenzo Mollica: “Marco, qual è la tua canzone del cuore a Sanremo?”. Risposta: “Sarò banale, ma dico la mia, ‘L’Essenziale’”. Banale, e pure un pizzico presuntuoso. Marco ha 26 anni, qualche Festivaluccio l’avrà pur visto prima del 2013, no? Possibile che non ci fosse un pezzo che gli sia rimasto dentro? E meno male che la domanda era pure preparata… Suvvia, ci sarà pur stato qualcosa di meglio di “mentre il mondo cade a pezzi / io compongo nuovi spazi/ e desideri”, che in molti non hanno neppure ancora capito cosa vuol dire.

 

Voto 4 a Laetitia Casta. O forse sarebbe meglio otto, perché la sua performance ha regalato un pieno di speranze a tutti, e in particolare alle signore. Se quindici anni passano così in fretta anche sul corpo di una modella-attrice, nessuno si deve arrabbiare se spuntano maniglie dell’amore o cellulite. Nel 1999 era Marianna, quest’anno è sembrata mia nonna. Nulla di male, ma allora perché accettare di ballare, soprattutto se non sei capace. E che dire di quell’altezzosità che l’ha portata a evitare qualsiasi contatto con i giornalisti?

 

Voto 3 al regolamento della doppia canzone. Tre come i brani tagliati dal televoto che avrebbero meritato di passare il turno. Quella di Frankie Hi-Nrg, che ha visto invece passare uno dei brani più banali della sua ottima carriera, ma soprattutto quelli Per sempre e poi basta” di Renzo Rubino, e “Invisibili” di Cristiano De Andrè. Al momento della lettura del verdetto in teatro, a casa e pure gli stessi cantanti hanno pensato ad un errore. Invece era tutto vero. Ma chi ha votato? Giustizia è stata fatta con i premi di orchestra e arrangiamento e della critica, ma ormai per la classifica finale il danno era fatto. Impensabile far giudicare il pubblico al primo ascolto, è meglio mettere da parte l’idea per sempre. E poi basta.

 

Voto 2 a Riccardo Sinigallia. Alla grande occasione della carriera per ottenere una visibilità finora mancata come solista, non solo fa autogol, ma la mette all’incrocio. Kafkiana la gaffe del pezzo non inedito, come pure la giustificazione: “L’ho fatto in buona fede”. ?! Probabile, anzi certo, ma non siamo di fronte a un esordiente, e comunque è possibile che all’atto di presentare il brano in gara nessuno-nessuno tra gli amici, parenti, conoscenti abbia sussurrato che quel pezzo era già stato cantato in pubblico? Forse sarebbe stata meglio una squalifica per plagio. Almeno era quasi indimostrabile.

Video Arisa – Controvento – Sanremo 2014

Qui di seguito il video Arisa – Controvento, brano che vince Sanremo 2014:



Speciale Festival Sanremo 2014

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