Un’occasione irripetibile, Argentina ai Mondiali 2014

Il sogno è di quelli talmente belli da non poter essere confessati, se non fosse che lo immaginano tutti. Succedere all’Uruguay nel particolarissimo albo d’oro delle squadre capaci di far piangere il Brasile in casa propria. In quel 1950 l’Argentina al Mondiale non c’era neppure, ma oggi è tutto diverso. E se ad alzare la Coppa al Maracanà sarà Lionel Messi, primo argentino a farlo dopo Maradona, e addirittura a casa di Pelè, a quel punto sarebbe impossibile non inserire la Pulce nella ristrettissima cerchia dei giocatori più forti di tutti i tempi. Considerazioni che a Buenos Aires non vogliono neppure cominciare a fare, pur consapevoli di partire con la formazione più forte degli ultimi ventiquattro anni, quelli che hanno visto la Séleccion fermarsi per quattro volte ai quarti di finale, lasciando sempre una forte sensazione di incompiuta. Soprattutto, va da sé, negli ultimi tre Mondiali, quelli in cui il numero 10 era sulle spalle dell’erede naturale di Diego, tuttavia mai decisivo. Così le speranze dell’Argentina calcistica di far disperare i rivali di sempre sono ovviamente soprattutto nei piedi di Messi, che proprio a causa dei tanti fallimenti precedenti è già giunto quasi senza accorgersene all’ultima occasione per lasciare un segno al Mondiale prima di imboccare l’inevitabile parabola discendente.

Tutti per Leo

Tutto questo i milioni di calciofili argentini lo sanno. Per questo confidano nell’intercessione degli dei del pallone, mai troppo ostili all’Argentina, fin dai tempi della “mano de Dios”. Ma anche per questo guardano alla stagione non troppo positiva vissuta dal fuoriclasse del Barcellona con la recondita speranza che discontinuità e problemi fisici siano dovuti magari a quella tensione da prestazione di cui Messi è spesso vittima in vista di avvenimenti importanti, quale appunto sarà il Mondiale, spartiacque tra l’iscrizione di Lionel nella storia o nella leggenda del calcio mondiale. Perché sarà anche vero che, da Pekerman (2006) allo stesso Maradona (2010), l’Argentina non ha mai avuto commissari tecnici insuperabili, ma in fondo non lo era neppure Bilardo nel 1986, quando il Pibe de Oro decise di fatto il Mondiale da solo. Questo è ciò che viene chiesto di fare a Messi, con il non trascurabile privilegio di poter contare su un gruppo di compagni molto più forti rispetto a quelli di Messico ’86. Perché con tutto il rispetto per Burruchaga e Valdano, “damigelli” di Maradona, Higuain e Aguero sono un’altra cosa. E se ai campioni di Napoli e Manchester City aggiungiamo Lavezzi e Palacio ecco che l’attacco dell’Argentina può essere tranquillamente considerato il più forte tra tutte le 32 qualificate al Mondiale.

Gonzalo Higuain e Sergio Aguero

Gonzalo Higuain e Sergio Aguero

Argentina al Mondiale 2014: le stelle della squadra

Una sentenza che non può che fare della squadra di Sabella almeno una delle prime tre favorite in assoluto, considerando anche le infinite possibilità tattiche a disposizione del c.t., che dal tris di centravanti potrebbe spostarsi ad un tridente più classico con Di Maria o Lamela all’ala, senza trascurare l’opzione del trequartista, assicurata dallo stesso Lamela o dall’interista Ricky Alvarez, seppur entrambi paiano di un gradino inferiori agli altri super campioni dell’attacco. E inferiori anche a Carlos Tevez, destinato con ogni probabilità a indossare i panni del grande escluso. Rimpianto se le cose andranno male, ma dall’altro lato eternamente deluso se al contrario l’Argentina diventerà tri-campeon, il fuoriclasse della Juventus non sembra rientrare nelle grazie del c.t., e con ogni probabilità neppure dei grandi vecchi dello spogliatoio. Difficile sostenere che quest’Argentina sia meno forte senza Tevez, mai davvero decisivo in Nazionale, così se proprio c’è un punto oscuro questo può essere trovato nella stessa figura del selezionatore, ex delfino di Daniel Passarella, con alle spalle una sola esperienza da primo allenatore, benché vincente, all’Estudiantes, e chiamato a gestire la pressione di dover fare risultato con tanti campioni. E pure nei limiti palesati dalla cintola in giù. A centrocampo infatti manca fantasia e velocità, quelle che non potranno garantire Biglia e neppure Mascherano, e alla difesa manca solidità, caratteristica non certo basilare del napoletano Fernandez, punto fermo per Sabella, o dell’eterna promessa Garay. E che dire del portiere? Si balla tra Romero, flop alla Sampdoria e riserva al Monaco, e Andujar, flop e basta al Catania. Superare il girone con Bosnia, Nigeria e Iran sarà uno scherzo, il bello verrà dopo. A Sabella il compito di mostrare che in un torneo di un mese basterà segnare un gol in più degli avversari…

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