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Alla vigilia degli Europei di calcio 2008 raccontiamo un po’ di storia degli allenatori dell’11 azzurro.

Il c.t. più vittorioso nella storia del calcio italiano è stato un giornalista. Vittorio Pozzo. Due Coppe del Mondo su quattro (1934, 1938), una Olimpiade su una (1936).

Torinese ma di origini Biellesi, lavorava per la Pirelli e faceva l’inviato de “La Stampa” quando l’allora presidente Federale, leandro Arpinati, gli offrì la Nazionale.

Era la terza volta che Pozzo la allenava: sarebbe stato il periodo più lungo (dal 1 Dicembre 1929 al 5 Agosto 1948) e più prolifico.

Ecco come, sulle colonne de «La Stampa», descrisse il trionfo della sua Nazionale nel ’34: «L’Italia non trovò certo la via cosparsa di rose, Spagna, Austria e Cecoslovacchia furono tre autentici macigni da rimuovere».

Un altro giornalista ad avere voce in capitolo è stato Aldo Bardelli, nella commissione presieduta da Ferruccio Novo, l’architetto del Grande Torino, in carica nel 1950. Altri tempi. Soprattutto, altre distanze. I Mondiali si disputavano in Brasile, si narra che proprio Bardelli spinse per il viaggio in nave di un Italia che l’anno prima nella tragedia aerea di Superga perse 9/11. Fu un disastro, il viaggio massacrante durò tre settimane. I calciatori arrivarono in Sud America stanchi e poco allenati, visto che i palloni erano finiti tutti in mare dopo pochi giorni.

La figura del commissario unico affiora con Edmondo Fabbri, il creatore del miracolo Mantova. Nessuno, come lui, è rimasto legato a una partita: la Corea di Middlesbrough. L’onta di quel clamoroso k.o. lo accompagnò sino alla tomba. La sua Nazionale si trasformò nel manifesto della guerra fra catenaccio (blocco-Inter) e gioco d’attacco (Rivera). Il compromesso venne spazzato via da un tizio che spacciammo per dentista: Pak Doo Ik. Fabbri aveva portato in Inghilterra, ma in gita premio, un giovane bomber che avrebbe potuto risolvergli i problemi: Gigi Riva.

Valcareggi era uno degli assistenti di Fabbri. Colui che aveva definito i coreani «dei Ridolini».

Uomo di Artemio Franchi, raccolse i cocci inglesi, prima con Helenio Herrera, nemico giurato di Fabbri, poi da solo. Gli dobbiamo l’unico titolo europeo, nel 1968, e la saga messicana della staffetta Mazzola-Rivera, culminata nella celeberrima Italia-Germania 4-3. Disponeva di fior di campioni, Riva, Boninsegna, lo stesso Rivera. La sua Italia praticava un mordi e fuggi micidiale. Terzino fluidificante, e capitano, Giacinto Facchetti.

Il destino del buon Ferruccio si consuma in Germania, nel 1974. Vi arrivò con uno squadrone formidabile: Zoff si era tuffato sulla copertina di «Newsweek», Brasile e Inghilterra erano stati mortificati in amichevole; e gli inglesi, addirittura a Wembley. Fuori subito, senza se e senza ma. Con Valcareggi, chiudono Mazzola, Rivera e Riva. È la fine di un’epoca, più che di un ciclo.

Si ricomincia da zero. Fulvio Bernardini al timone, Enzo Bearzot al suo fianco. Il dottor Bernardini, è di gusti raffinati. Aveva forgiato il Bologna dello scudetto («Così si gioca solo in paradiso»), sdogana Antognoni, Bettega, Gentile, Graziani, Rocca.

Bearzot è nei quadri federali. Presto, diventerà  il solo responsabile. Cuore granata, la panchina del Prato come referenza, non c’è uno che scommetta su di lui, che invece scommette su Cabrini e Paolo Rossi. Stravincerà . Quarto in Argentina, primo in Spagna. Altro che difesa e contropiede. Gioco armonico, con un libero, Gaetano Scirea, che funge spesso da centrocampista aggiunto, e ali come baron Causio e Bruno Conti: ali di poesia.

Il resto è cronaca. Azeglio Vicini succede a Bearzot.

Ha l’onore di giocarsi i Mondiali in casa e l’onere di arrivare imbattuto ma «solo» terzo. Sono le notti magiche di Totò Schillaci e Roberto Baggio. Da Vicini, il ct che battezzò Donadoni, a Sacchi, il maestro che l’ha formato, cambia tutto.

Arrigo Sacchi da Fusignano, scovato da Silvio Berlusconi, è al Milan da quattro stagioni. I giocatori non ne possono più, il grande capo nemmeno. Vicini ha fallito l’accesso agli Europei, Berlusconi seduce Antonio Matarrese, presidente della Figc. Un miliardo a stagione, Sacchi è il primo tecnico di un grande club a varcare il Vaticano azzurro. Ci regalerà  il secondo posto di Pasadena, ai rigori e con i crampi. Senza libero, senza centravanti vero. Alla sua maniera, dividendo il Paese. Se ne andrà  una sera di dicembre del 1996, richiamato d’urgenza al Milan da Berlusconi, stufo di Tabarez.

Tocca al calcio pane e salame di Cesarone Maldini, il cui figlio, Paolino, gli assicura un tacito consenso. Under, Nazionale: la solita trafila. Pessotto su Zidane e via andare. Metodi italianisti, come quelli di Dino Zoff, il ct che, da giocatore, aveva alzato la coppa del Bernabeu e che, per un pugno di secondi, non solleva l’Europa a Rotterdam. Gli sono fatali un guizzo di Wiltord e un golden gol di Trezeguet. Ha lanciato Totti, lascia dopo le accuse di «dilettantismo precoce» formulate dal solito Berlusca.

Gli subentra un Giovanni Trapattoniche ha smarrito la magia, non riesce a fare gruppo. Fallisce Mondiali ed Europei. Franco Carraro convoca Marcello Lippi. Moggiano, giraudiano, juventino, forse colluso e illuso fino a che, la notte del 9 luglio, non diventa il più bravo di tutti, per tutti.
Ora tocca ad un Roberto Donadoni che sembra essere stato il primo c.t. votato dai giocatori, ha raggiunto l’obiettivo minimo della fase finale all’Europeo e ci ha stupiti con qualche convocazione a sorpresa o mancata.

Ne riparleremo dopo il 29 Giugno.

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