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Roberto Saviano ha avuto un grande successo. Ha scritto un libro, “Gomorra“, che ha venduto più di un milione di copie. Ha partecipato, come sceneggiatore, all’omonimo film di Garrone, tratto dal proprio libro, un film vincitore di tanti premi e in piena corsa per l’Oscar, come migliore opera straniera. A Casal di Principe, nella sua terra, oltre ai molti appellativi irriproducibili, lo chiamano, per tutta questa fama, “l’arricchito“.

Roberto Saviano ha ventinove anni e, nonostante tutto questo “ben di Dio” piovutogli addosso, è un morto che cammina, un “Dead man walking”, direbbero gli americani.

A farlo sapere, a dare questa tremenda notizia, è stato un pentito, un collaboratore di giustizia, un tempo appartenente al clan dei Casalesi, i camorristi messi a nudo nel libro di Saviano, che si chiama Carmine Schiavone, parente di quel Francesco Schiavone, soprannominato “Sandokan”, ora in carcere, ma fino a poco tempo fa, boss incontrastato dei Casalesi.

Carmine Schiavone ha rivelato alle autorità di essere venuto a conoscenza, da fonti certe, dell’esistenza di un progetto di morte che riguarderebbe l’autore di Gomorra, architettato, naturalmente, dal clan dei Casalesi.

Secondo il pentito, infatti, ci sarebbe un piano per togliere di mezzo Saviano entro Natale, un attentato, simile a quello organizzato contro il giudice Falcone, una bomba da piazzare sull’autostrada Roma-Napoli, da far saltare con un telecomando a distanza.

Le parole di Carmine Schiavone, che vive in località protetta sotto falso nome, sono giudicate attendibili dai procuratori, forse anche alla luce delle rivelazioni di un altro pentito, Oreste Spagnuolo, che ha partecipato, di recente, alla strage di Castel Volturno contro gli immigrati africani, il quale, alcuni giorni fa, aveva parlato del tentativo del boss Giuseppe Setola di procurarsi dell’esplosivo e un telecomando, per un attentato.

I Casalesi avrebbero emesso la loro condanna a morte con queste modalità: l’esecuzione, prevista per la fine di dicembre, il luogo, l’autostrada Roma-Napoli, le vittime, Roberto Saviano e tutta la sua scorta. Ci si chiederà, quale la colpa? Quella di avere scritto un libro, “Gomorra”, che ha fatto troppo clamore, e che ha avuto la fatale arditezza di accendere i riflettori sulle attività illecite dei Casalesi.

Roberto Saviano vive da due anni sotto scorta. Non abita più a Napoli, dove nessuno gli concede nemmeno un appartamento in affitto, non abita più da nessuna parte, costretto a spostarsi ogni giorno da un posto all’altro, per non concedere punti di riferimento a chi, a Natale, lo vorrebbe morto.

Il suo, non è un tour da star, come potrebbe pensare chi lo chiama con disprezzo “arricchito”, è una necessità, a cui farebbe volentieri a meno, che lo sta allontanando dalla possibilità di vivere una vita normale, dall’avere una fidanzata, degli amici, una casa.

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