Ventotto medaglie: lo stesso bottino di Pechino 2008, visto che alla Cerimonia di chiusura non sapevamo ancora che due anni dopo ci avrebbero tolto l’argento di Rebellin. Sperando che questa volta non succeda nulla di retroattivo, l’Italia torna da Londra dopo aver guadagnato una posizione nel medagliere, chiuso all’ottavo posto, ma con un bronzo in più ed un argento in meno rispetto a quanto successo in Cina. Inezie che non possono cancellare una spedizione nel complesso più che sufficiente. I numeri però sono contraddittori: perché sarà anche vero, come dichiarato dal capo delegazione Pagnozzi, che per 71 volte gli atleti hanno chiuso nei primi otto contro le 62 di Pechino, e che la metà delle medaglie italiane era al debutto olimpico, ma certi flop sono innegabili. E se il disastro del nuoto è troppo profondo per essere vero, la crisi profonda di Federazioni come quelle di atletica e canottaggio spinge a riflessioni urgenti. Nel frattempo eccovi il pagellone italiano di Londra 2012, disciplina per disciplina.

Atletica Leggera 5: appena cinque finali in pista. Non ci si aspettava molto di più ma qualche ulteriore delusione non è mancata, dalla Simona La Mantia a Silvia Salis. Il bronzo di Donato nel triplo, peraltro non del tutto inatteso, ha salvato la spedizione ma è il frutto del lavoro di un 36enne e della tradizione italiana nella specialità più che del lavoro di una federazione in crisi nera, ed ora nell’occhio del ciclone per lo scoppio del caso-Schwazer, una tempesta cui forse si poteva porre rimedio. Ed il panorama della marcia ora è desolante, a parte la giovane Eleonora Anna Giorgi. Serve una rifondazione: ma da quanto lo si dice?

Badminton sv: una sola rappresentante, Agnese Allegrini, subito eliminata, per uno sport che in Italia è semi-sconosciuto, e che è pure uscito con le ossa rotte tra anti-sportività palese e combine dichiarate.

Beach volley 6.5: forse non basta ancora per far dilagare la beach-mania anche fra coloro che continuano a considerarlo uno sport da ex indoor delusi. Ma la figura è stata ottima: storica l’impresa dei ragazzi, con Nicolai e Lupo capaci di far fuori i leggendari americani Dalhausser e Rogers prima di pagare la stanchezza, mentre Cicolari-Menegatti hanno fatto il loro, arrendendosi solo alle regine americane. Ma a Rio vogliamo due podi.

Canoa 7: tre finali su otto partecipanti e non sono un risultato esaltante, soprattutto per una nazione con le nostre tradizioni. Ma se una di queste è stata raggiunta da una 48enne mai doma ed arrivata a mezzo secondo dalla medaglia di bronzo e se un’altra ha portato un oro straordinario come quello di Daniele Molmenti, il bilancio non può che essere positivo. Per qualche minuto abbiamo familiarizzato con porte da imboccare al contrario e penalità. Tutto molto bello: ma dietro ai grandi cosa c’è?

Canottaggio 4.5: una sola medaglia, ed ottenuta da un equipaggio “scartato” dalla Federazione. Più che sufficiente per parlare di fiasco solenne, ma era più che prevedibile. Le delusioni maggiori sono venute dal 4 senza e dal 2 di coppia pesi leggeri, che avrebbero dovuto salire sul podio con facilità, ma l’orgoglio di Battisti e Sartori nel 2 di coppia è valso a capire che fatica ed allenamento servono ancora. La Federazione è nel caos: De Capua è stato allontanato ma non si vede la fine del tunnel. Ed in campo femminile c’è il buio totale.

Ciclismo 5: era difficile chiedere qualcosa di più agli stradisti, partiti con una formazione di medio livello, ma il fatto che alla fine non abbiano vinto gli inglesi bensì un 38enne come Vinokourov apre qualche interrogativo. Molto male invece le ragazze: la medaglia era più che possibile con tutto il rispetto per Sua Maestà Marianne Vos, ma sono mancate tattica e cuore. La crisi della pista non poteva certo essere risolta dal bravo Viviani, ed allora la spedizione è stata salvata dalla mountain bike: eroico il bronzo di Fontana, incoraggiante il decimo posto di Kerschbaumer.

Equitazione 6.5: la medaglia non è arrivata e continua a mancare addirittura dal 1972, anno di grazia in cui arrivarono tre medaglie con leggende come Argenton e Mancinelli, ma i segnali sono più che incoraggianti. La Federazione non scoppia certo di salute, ed i tre rappresentanti ne sono una chiara dimostrazione ma l’11° posto di Vittoria Panizzoni nel completo e soprattutto la bella prestazione di Valentina Truppa, 15^ nel dressage, aprono il cuore alla speranza che tra quattro anni un binomio azzurro torni a conquistarsi le prime pagine.

Ginnastica 7: le medaglia sono arrivate, due bronzi giusto per difendere la quinta posizione potenza italiana nella storia delle Olimpiadi dall’assalto del tiro. Giusto riconoscimento alla carriera per Matteo Morandi, che non sarà mai Yuri Chechi ma meritava un alloro olimpico, e per le ragazze della ritmica, compendio di bellezza ed eleganza per una disciplina sottovalutata: la fortuna però ha voltato le spalle ancora una volta, questa volta sottoforma di un beffardo errore individuale che rende impossibile qualsiasi protesta con le giurie. Laddove invece si può recriminare e non poco è nei quarti posti di Busnari e Vanessa Ferrari: discutibilissimo il primo, legato ad un appiglio regolamentare il secondo. A Rio la fortuna dovrà assisterci ma molti ragazzi e ragazze sono al capolinea. Il vivaio però promette bene.

Judo 5: il bronzo della combattiva Rosalba Forciniti non può bastare per salvare una spedizione peraltro già partita con poche speranze, oltre che numericamente ridotta. Ma mentre i tecnici italiani spopolano all’estero (Ezio Gamba ha fatto esplodere il judo russo), a Londra sono franate tutte: dalla campionessa in carica, ma in chiara flessione, Giulia Quintavalle, alla speranza Edwige Gwend fino a Roberto Meloni. Da salvare il quarto posto di Elio Verde.