Ed eccoci alla top-five degli atleti-simbolo di Londra 2012. E voi siete d’accordo con la nostra classifica?

5. Bradley Wiggins (Ciclismo su strada/Gran Bretagna). La lotta è apertissima: chi è il simbolo britannico dei giochi? Impossibile scegliere un solo nome ma almeno a livello temporale Wiggo può giocarsi le sue carte. Meno di una settimana dopo aver concluso, primo inglese di sempre, un Tour de France dominato seppur grazie all’aiuto del fido (ma non troppo…) Chris Froome, ha sfrecciato tra le strade della Regina per stracciare tutti gli avversari in una cronometro stupefacente che lo pone tra i migliori specialisti di ogni tempo. Con questo salgono a quattro i suoi ori olimpici, primo ciclista di sempre a conquistarli sia su pista (inseguimento individuale ad Atene e Pechino, a squadre in Cina) e su strada. E per non farsi mancare nulla ha aperto la Cerimonia inaugurale e, a fatica finita, si è seduto sul trono. Sì: è lui il vero “figlio” dei Giochi.

4. Mohammed Farah (5000 e 10000 metri/Gran Bretagna). Se Wiggo è l’idolo di tutti, Farah è il figlioccio di Sua Maestà. Il mezzofondista di origini somale è il simbolo di una nazione multietnica e multirazziale, pronta ad accogliere come propri beniamini anche coloro che sono nati oltre confine. Venuto alla ribalta in età avanzata dopo una carriera tra indoor e corsa campestre, Mo è la prova provata che lavoro e passione possono portare a risultati insperati. Dal 2007 aveva in testa il suo obiettivo: fare la doppietta ai Giochi di casa. Ai Mondiali 2010 le prove generali, a quelli 2011 fece suoi solo i 10000 ma a Stratford non ha sbagliato nulla, dalla tattica di gara alla preparazione. Ha commosso il pubblico anche grazie alla sua bambina, corsa in pista dopo i 10000 per abbracciare il babbo, nuovo re mondiale del mezzofondo.

3. Valentina Vezzali (Scherma/Italia). Anche il presidente del Cio Rogge l’ha incoronata, definendo la sua medaglia di bronzo uno dei momenti più alti di tutta l’Olimpiade. Ed è proprio così, a conferma che le emozioni vere non arrivano solo dagli ori. Nella sua epica rimonta sulla coreana Nam c’è il simbolo di una carriera di sacrifici e tanta passione per lo sport: solo Vale, sotto di tre stoccate a 20” dalla fine, poteva conquistarsi il minuto supplementare e poi trionfare. Il tutto poche ore dopo la stressante Cerimonia d’apertura, in cui ha coronato un altro suo sogno, quello di rappresentare l’Italia: si è sicuramente affaticata ma si è ben guardata dal cercare scusanti. L’oro a squadre poi l’ha spedita dritta nella storia: con nove allori olimpici è la donna italiana più medaglista di sempre. Ritiro? Chi l’ha detto: l’Italia è ferma a 199 ori olimpici. Scommettiamo che a Rio Vale cercherà un altro record?

2. Usain Bolt (atletica/Giamaica). Sei ori olimpici in due edizioni, primo uomo di sempre a fare doppietta nei 100 e nei 200 nella stessa edizione. E quattro volte su sei è arrivato pure il primato mondiale. E’ lui o non è lui l’uomo di Londra 2012? La posizione ci tradisce, la nostra scelta è caduta su qualcun altro ma sarebbe stato meglio un ex-aequo. Il velocista più forte di sempre è uno schiaffo alla dinastia dei super-muscolati inglesi. Dall’alto dei suoi 196 centimetri ci mette qualche secondo in più per uscire dai blocchi ma quando si distende non c’è nulla da fare. Peccato che ogni tanto gigioneggi, che si freni sul più bello davanti al traguardo per zittire gli scettici. Ma il rispetto e l’ammirazione dei suoi compagni di staffetta, rivali nell’individuale, sono una prova inconfutabile: potrebbero odiarlo o quantomeno invidiarlo ed invece dietro a quelle mosse da giullare si nasconde un atleta vero, rispettoso di avversari e compagni.

1. Michael Phelps (nuoto/Usa). Rispetto ad Usain ha solo un anno in più ma dalla propria parte ha la precocità del nuoto, uno sport che ti dà tutto subito prima di importi uno stop precoce. La sua striscia di record è infinita: l’ultimo è quello delle 22 medaglie olimpiche, eguagliato e battuto a Londra. Diciotto di queste sono d’oro, meglio di Spitz e Lewis mentre quello degli otto trionfi in una sola edizione è ormai “vecchio” di quattro anni. Il tutto si accompagna ad una semplicità e ad un’umiltà che lo rendono unico nel panorama di uno sport che offre anche troppa visibilità. Mai una parola negativa per nessuno neppure nei pochi momenti difficili, ad esempio nei primi giorni londinesi quando il primo posto proprio non voleva arrivare. Alla fine di ori ne ha presi “solo” sei: un bel modo per dimostrarsi umano ed unico allo stesso tempo, ed un bottino più che sufficiente per appendere la canottina al chiodo. Ora è nella leggenda: ma a 27 anni saprà sicuramente trovarsi un nuovo campo in cui eccellere.

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