Londra 2012 fa ormai parte degli archivi e della storia dello sport, ma pure delle emozioni che ha regalato a ciascun sportivo: che siano state seguite da casa o dalla spiaggia o addirittura dal vivo, certi ricordi rimarranno indelebili anche nella mente dei semplici appassionati, e non solo di chi ha compiuto le imprese. Proviamo allora a tracciare un bilancio fissando nella memoria i dieci atleti-simbolo dell’Olimpiade. Una faticaccia perché qualcuno di importante è necessariamente stato fuori, dal messicano Peralta che ha giustiziato il calcio brasiliano a Jessica Ennis, eptathleta simbolo dei britannici, fino alla già mitica tuffatrice cinese Ruolin Chen ed a Felix Sanchez, campione a 35 anni otto anni dopo la prima volta.

10. Keshorn Walcott (Lancio giavellotto/Trinidad & Tobago). Abbiamo scelto questo giovanissimo come simbolo delle medaglie a sorpresa, ma avremmo potuto citare anche il fiorettista venezuelano Limardo Gascon o il quattrocentista grenadino Kirani James, peraltro già più conosciuto. Sabato 11 agosto è stato il suo giorno del destino: giavellotto piazzato a 84.58 metri e tanti saluti alla qualificatissima concorrenza finlandese o ceca. Non è da tutti passare da tre titoli Under 20 o dal record juniores al titolo che vale un’intera vita. Il simbolo che i confini dello sport si stanno allargando.

9. Allyson Felix (200 metri, 4×100 e 4×400/Stati Uniti). E’ lei la donna dei giochi. Sorriso smagliante, fisico da modella ed una velocità inarrivabile. Nel 2007 aveva conquistato tre medaglie d’oro ai Mondiali di Osaka, seconda donna a riuscirci dopo la tedesca federale Marita Koch, ora ha raddoppiato raggiungendo lo stesso traguardo ma ad Olimpia. Mentre la velocità americana al maschile arrossisce le donne trionfano soprattutto grazie a lei: 200 metri vinti in scioltezza, 4×100 con record del mondo dopo 27 anni e 4×400 con il personale stagionale. Le medaglie olimpiche ora sono sei dopo l’argento di Atene nei 200 ed il bronzo di Pechino nella staffetta lunga. Serve altro?

8. Andy Murray (tennis/Gran Bretagna). Metà del sogno è esaudita: non sarà il Wimbledon ambito da tutti ma vincere una medaglia d’oro olimpica, farlo in casa e davanti ad un pubblico così caloroso vale quasi quanto un Grande Slam, lui che dei quattro Major non ne ha ancora vinti e che vanta l’inquietante record del 2011 con quattro semifinali e zero successi. L’etichetta di eterno incompiuto è volata via in una domenica di inizio agosto quando ha stracciato un certo Federer. Certo rimarrà fino alla fine il dubbio che Roger, un mese esatto dopo il settimo trionfo “vero” sull’erba, fosse un po’ scarico. Ma non ditelo ad Andy. Ed al suo pubblico.

7. Chris Hoy (Ciclismo su pista/Gran Bretagna). Già fare il portabandiera della propria nazione ad un’Olimpiade è un’esperienza indimenticabile, se addirittura ti capita di essere padrone di casa potresti pure smettere di gareggiare in quello stesso momento. Ma Chris è andato oltre: nella leggenda c’era già con i suoi quattro ori a cinque cerchi, tre dei quali conquistati a Pechino, ma per non farsi mancare nulla è riuscito nell’accoppiata alfiere-campione olimpionico. La velocità a squadre ed il keirin si sono confermati suoi regni, peccato per l’individuale andato al connazionale Kenny. Ma quel giro di pista con l’Union Jack addosso e le lacrime agli occhi rimane uno degli Eventi di Londra 2012. E l’”odiato” Steve Redgrave ora è alle spalle.

6. Liu Xiang (110 ostacoli/Cina). Lui di medaglie a Londra non ne ha vinte, di ori olimpici ne ha appena uno, ma a Londra è riuscito ad entrare nel cuore della gente come aveva fatto quattro anni prima a casa propria. La sua è una storia da brividi: uno dei migliori ostacolisti di ogni tempo contro il quale si accanisce il destino, come confermato dall’agghiacciante coincidenza del pettorale. Al Bird’s Nest si ruppe il tendine d’Achille nella batteria “della vita” con addosso il numero 1356: quattro anni dopo stesse cifre e stesso infortunio. Semplicemente incredibile, ma Liu ha fatto di più: quei suoi 110 metri su una gamba a gara terminata hanno strappato lacrime ed applausi a tifosi ed avversari. Ma forse non ci sarà un’altra occasione.

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