Nuova terapia sperimentale per il diabete
Nuova terapia sperimentale per il diabete


Sembra un po’ più probabile l’avverarsi del desiderio di tutti i diabetici: smettere di doversi iniettare l’insulina. Gli scienziati della Northwestern University, US e del Regional Blood Centre, Brasile, hanno infatti annunciato che i pazienti affetti da diabete giovanile potranno farne a meno.

L’ultimo numero della rivista Journal of the American Medical Association (JAMA) è interamente dedicato a questa malattia che attualmente affligge oltre trenta milioni di persone nel mondo, e agli eccellenti risultati di una ricerca congiunta Usa-Brasile condotta su 23 pazienti, di età compresa tra 13 e 31 anni.

I soggetti sono stati sottoposti a trapianto autologo di staminali emopoietiche, ovvero l’autotrapianto di cellule estratte dal midollo spinale dello stesso paziente. Venti pazienti su ventitre, hanno risposto bene alla terapia ricominciando a produrre da soli insulina e non avevano più la necessità di assumerla giornalmente, per uno di loro il beneficio è durato quattro anni ; otto, invece, hanno dovuto continuare le iniezioni di insulina , anche se a livelli più bassi. Solo in tre pazienti il trattamento non ha funzionato.

Il diabete mellito di tipo 1 è una patologia causata dalla distruzione delle cellule beta del pancreas da parte del sistema immunitario. Le cellule beta del pancreas producono l’insulina, che controlla l’ingresso e l’utilizzo del glucosio nel nostro corpo. Ma nel caso della patologia le cellule beta vengono irreversibilmente distrutte rendendo necessaria l’insulina per metabolizzare gli zuccheri.

Durante lo studio eseguito tra il 2004 e il 2007, il team di ricercatori, coordinato dal dr. Richard Burt, ha monitorato l’efficacia della terapia sperimentale misurando i livelli di c-peptide, molecola che rivela la capacità del nostro organismo di produrre insulina. Dopo due anni dal trapianto le quantità di c-peptide nei pazienti sottoposti al trapianto erano aumentate in maniera considerevole grazie alla produzione spontanea di insulina da parte dell’organismo, e i livelli di c-peptide si sono mantenuti a livelli elevati per altri 12 mesi con un buon controllo glicemico.

I ricercatori sottolineano che il trattamento non è efficace per tutti. Non è efficace per quelle persone alle quali è stato diagnosticato il diabete da più di tre mesi, perché a questo stadio della malattia il sistema immunitario ha già distrutto le cellule beta delle isole del Langerhans; e non è efficace neppure per chi ha il diabete di tipo 2 associato all’obesità, in quanto queste persone ancora producono insulina.

Tuttavia, malgrado i risultati incoraggianti, Iain Frame, direttore del Diabetes UK, si è mostrato molto cauto. Pur essendo un campo di ricerca di grande interesse, ha detto, è bene contenerne l’utilizzo “questo trattamento – ha sottolineato – non è una cura per il diabete di tipo 1. Sarebbe meglio continuare la sperimentazione utilizzando anche un gruppo di controllo per il confronto dei risultati e tenere sotto controllo i pazienti, preferibilmente un gruppo molto più numeroso, con un “follow-up a lungo termine”. Questo perché , ha ancora spiegato Frame, è importante che i medici indaghino sulle cause di un apparente miglioramento o ripresa della produzione dell’insulina e del ripristino dei livelli dei peptidi-C in alcuni pazienti. “In particolare – ha concluso – è cruciale scoprire se tutto questo è associato al trattamento o sia, invece, un effetto collaterale , piuttosto che l’effetto del trapianto stesso.

Sarebbe sbagliato far nascere speranze su questa nuova terapia, in persone che convivono da anni con il diabete, prima che lo studio sia ulteriormente confermato con altre evidenze sperimentali”.

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