Naufragio


Pubblicati, nella postfazione del libro del giornalista Fabio Pozzo, i risultati di un’inchiesta segreta della marina militare italiana sul naufragio del ’56.
Una “transazione” basata su interessi economici impedì che la Stockholm, che speronò la Doria fosse dichiarata responsabile.
Fabio pozzo, uomo tenace, non ha considerato chiusa la sua inchiesta sul naufragio del 26 Luglio 1956 davanti alle coste americane, neppure dopo la pubblicazione, due anni fa, della più dettagliata indagine intitolata “Assolvete l’Andrea Doria”, una tragedia che per molti è ancora una ferita aperta.

Non solo per la nave perduta, e per coloro che non fecero ritorno a casa (53 vittime) ma per la “pastetta” giudiziaria che coprì le responsabilità della nave svedese Stockholm, crocifiggendo invece il comandante italiano Piero Calamai, eroe di guerra, uno dei migliori ufficiali al mondo per esperienza, capacità, equilibrio ed abnegazione. E non da meno erano i suoi uomini, in quelle ore disperate il loro sacrificio permise di salvare centinaia di passeggeri, ed il comandante si convinse ad abbandonare la nave solo quando i suoi ufficiali giurarono che l’avrebbero seguito in fondo all’oceano se non fosse salito sulla scialuppa.

Il procedimento giudiziario aperto a New York, e di cui stranamente sono scomparsi tutti gli atti, non giunse a compimento per l’accordo tra le due società armatrici, nonostante la menzognera versione degli ufficiali della Stockholm, secondo i quali non c’era nebbia, che invece gravava fitta. Il transatlantico italiano era diretto a New York, quello svedese procedeva su rotta opposta e parallela. Lo Stockholm, a causa del radar tarato male valutò erroneamente le distanze, compiendo una manovra che portò allo speronamento.

La commissione d’inchiesta del Ministero della Marina Mercantile non rese pubbliche le conclusioni, il libro di bordo dell’Andrea Doria non fu mai trovato; l’indagine utilizzò i tracciati di rotta delle giro-bussole, che evidenziarono la correttezza dell’operato del comandante italiano. Calamai aveva iniziato la carriera navale nel 1916 come guardiamarina; decorato con la Croce di Guerra al valor militare partecipò al secondo conflitto mondiale come Capitano di corvetta di complemento, meritando una seconda Croce di Guerra.

All’assunzione del comando dell’Andrea Doria aveva navigato su ventisette diverse navi, se fosse tornato a Genova l’avrebbe comunque lasciata per assumere, dopo un periodo di riposo, il comando della Cristoforo Colombo, gemella della Doria, sino all’imminente pensionamento. Dopo il naufragio, rimase nei ruoli attivi della società italiana sino al Dicembre 1957, morì nel 1972.

Pozzo (giornalista de La Stampa) esce dopo due anni con lo stesso volume aggiornato da un documento sinora segreto, la relazione “Fanale Rosso” stesa nel 1959 dal capitano di corvetta Claudio Bodio per l’Istituto di Guerra Marittima della Marina Militare. Il documento presta il fianco a critiche oggettive lasciando intravedere la possibilità che versione dei fatti resa dagli ufficiali italiani fosse stata preparata a tavolino ed imputa tra l’altro all’equipaggio, il mancato riempimento delle casse laterali di dritta della nave che avrebbe provocato lo sbandamento dopo l’urto.

La verità è cinicamente diversa, entrambe le navi erano indirettamente assicurate, tra contratti diretti e di riassicurazione, dai Lloyd di Londra. In più: la società armatrice svedese aveva commissionato ai cantieri Ansaldo di Genova un nuovo transatlantico. In sostanza si trattava di scegliere se cercare e dichiarare la verità o rischiare di perdere una commessa per l’epoca multimiliardaria. Ancora: l’armatore italiano aveva stanziato un budget di un miliardo per reclamizzare la Cristoforo Colombo, gemella della Doria; se la diatriba legale fosse proseguita, il lancio della nuova nave ne avrebbe pagato le conseguenze. E infatti, il silenzio fece si che le vendite di biglietti non subissero contraccolpi.

Quanto agli svedesi, Gunnar Nordenson il capitano dello Stockholm che al momento dell’impatto era in cabina (Calami era in plancia da oltre 20 ore) ed il giovane terzo ufficiale che ordinò la manovra fatale, furono promossi su altre navi. La soluzione non piacque ai Genovesi, che non avevano dimenticato il capolavoro uscito dai cantieri di Sestri Ponente, la più bella nave al mondo, e quando Nordenson si presentò all’Ansaldo per prendere in consegna la nuova nave, i cittadini della Lanterna glielo impedirono, troppo lo sdegno e l’indignazione, ed il capitano fu costretto a salire a bordo solo in acque francesi.

Pozzo ha scoperto anche che all’elenco delle vittime del naufragio mancava un nome, quello di Filippo Massa, marinaio di Camogli. Al momento dell’impatto battè la testa contro una paratia, ma si riprese e come ogni altro componente dell’equipaggio si prodigò per salvare i passeggeri. Alcuni mesi dopo morì a New York, l’autopsia accertò un ematoma al cervello, causato dall’urto contro la struttura metallica dell’Andrea Doria.