morti bianche


Ritmi infernali. Subappalti selvaggi. Incidenti nascosti. Norme di sicurezza ignorate. Così si mette a repentaglio la vita degli operai. Dalle multinazionali all’industria di Stato.

Quando le fabbriche si sfidano, bisogna obbedire e vincere, e gli operai diventano vittime collaterali di gare decise dai manager. Questa è l’Italia della produzione senza limiti.

Un esempio su tutti: Marghera, fucina simbolo del Nord-est, contributo locale al bollettino nazionale di 123 vittime del lavoro, 123 mila 494 feriti e 3.087 invalidi nei primi mesi del 2008.

L’ultimo colosso di stato è considerato il modello di eccellenza, come viene chiamato, che tutti devono seguire: dagli scaricatori del porto ai carpentieri di Fincantieri.

Gli imprenditori del Nord-est sanno trovare una ragione a tutto, anche ai loro operai ammazzati dice Giorgio Guerrini, presidente di Confartigianato, pochi giorni dopo i funerali delle prime due vittime dell’anno a Marghera: “Gli eccessi in discoteca sono un fenomeno reale che incide sui livelli di attenzione dei lavoratori”, le parole dei presidenti di Confartigianato di Treviso e Padova, Mario Pozza e Walter Dalla Costa. “La stanchezza dopo le notti a ballare può fare brutti scherzi”, sostiene Pozza. Le segreterie venete di Cgil, Cisl e Uil protestano: “Parole vergognose”. Paolo Ferrara e Denis Zanon non sono ragazzi da discoteca quando muoiono asfissiati nella stiva della World Trader il 18 gennaio a Porto Marghera: hanno 47 e 39 anni e quella notte non sono andati a ballare, ma direttamente al lavoro. Dimitrios Lenis, il marinaio schiacciato da un Tir su un traghetto il 25 gennaio, ha 33 anni e l’ultima notte l’ha passata a bordo.

Nemmeno Vincenzo Castellano, 31 anni, di Napoli, era andato a divertirsi la notte tra il 9 e il 10 maggio 2002. La sera prima con i colleghi Ditran Cano e Biagio Basile entra nel grande stabilimento di Fincantieri a Marghera; ci sono solo loro, perché la notte Fincantieri ufficialmente non lavora, ma per fare in fretta vengono mandati a saldare fuori orario i profili in ferro nel corridoio di una nave in costruzione. Lavorano per una piccola ditta di Ottaviano, in provincia di Napoli. È un subappalto commissionato dalla Meccanonavale srl, una delle società  che con regolarità  si aggiudicano i contratti di Fincantieri. Nessuno ha mai capito come funzioni. Perché nel maggio 2002 Meccanonavale è presente in Fincantieri con appena quattro operai e due responsabili.

Come può una società  con solo quattro operai e due responsabili in cantiere garantire la costruzione di sezioni di nave? Infatti non può ed è per questo che i tre dipendenti della ditta di Ottaviano sono lì L’unico avviso che ricevono riguarda la pulizia dalle scorie di saldatura. Nessuno invece indica i pericoli del posto. Così quando Vincenzo Castellano perde l’equilibrio sulla scala, è normale per lui appoggiarsi al telo che ricopre la parete, che cede e si apre sulla condotta di ventilazione che nascondeva.

Incidenti che di solito finiscono con un funerale e l’archiviazione come fatalità . Ma Castellano si salva, per modo di dire. Per essere sottratto da quella buca ha dovuto aspettare dalle 5,45 alle 8,45. Non sapevano dove fosse perché nessuno aveva lo schema della nave, giace sul pavimento della sala macchine con le ossa frantumate dopo un volo di 30 metri. Anche lui vittima di una gara. Dovevano correre: per completare un lavoro lasciato a metà  da Meccanonavale.

Oggi Vincenzo è paralizzato dal torace in giù. Quasi ogni notte chiede alla madre di aiutarlo a morire, ma per Fincantieri resta uno sconosciuto. Il direttore di Marghera, Carlo De Marco, e i suoi dirigenti non si presentano nemmeno al processo, i legali ritardano il più possibile il risarcimento.A fine novembre l’industria rischia la figuraccia davanti al premier Romano Prodi e agli armatori della Carnival il giorno della consegna della Queen Victoria che ha come madrina Camilla Parker Bowles. L’avvocato di Castellano chiede il pignoramento della gigantesca nave da crociera. Fincantieri deposita a garanzia un assegno da 2 milioni e mezzo di euro, che poi sono soldi dello Stato. Perché Fincantieri appartiene allo Stato. E la sua filiera di produzione è un modello non solo nel Nord-est, ma in tutta Italia.

Il giudice del Tribunale di Venezia, Carla Ilaria Bitozzi, spiega nelle motivazioni della sentenza sul caso Castellano: è ampiamente provato che nel cantiere navale di Marghera la maggioranza delle lavorazioni sono svolte da operai di imprese terze mediante appalti reali o mere prestazioni di manodopera… i dipendenti delle imprese terze costituiscono quasi il 75-80 per cento della forza lavoro presente in Fincantieri“.

Alla fine il direttore di Marghera, Carlo De Marco, gli altri responsabili di Fincantieri, di Meccanonavale e della srl di Ottaviano vengono condannati in primo grado a due mesi di reclusione, assorbiti dall’indulto. E al risarcimento dei danni, 2 milioni di euro più o meno. Per Vincenzo Castellano i soldi che gli serviranno a curarsi arrivano soltanto il 9 gennaio di quest’anno. Quasi sei anni dopo l’incidente. Nel frattempo De Marco è stato promosso a dirigere il cantiere più grande, a Monfalcone. E ancora nel 2007 Meccanonavale è tra le società  sempre scelte da Fincantieri.
La sentenza veneziana è il riconoscimento della complicità  dell’industria di Stato come committente nella filiera di subappalti.

Bisogna venire a Marghera per capire quanto sia pericolosa la disorganizzazione in un grande cantiere come questo. Solo una minoranza tra gli operai indossa i caschi di protezione. A volte si vedono saldatori bengalesi abbracciati alle ringhiere delle navi in costruzione. Attorcigliano come funamboli le gambe alle sbarre di ferro, perché le mani sono impegnate: in una stringono il piccolo vetro di protezione, nell’altra il cannello della saldatrice. Niente occhiali, niente maschere, niente imbragatura per loro. I dipendenti di Fincantieri a Marghera sono 1.200. Gli addetti alla produzione poco più di 400, praticamente gli unici operai con garanzie sindacali, ferie e malattia.

Quattrocento persone non possono costruire una nave. Per questo nel 2007 hanno lavorato in Fincantieri 2.215 operai esterni. Sono distribuiti su 478 ditte di subappalto con uno, dieci, raramente più di 20 dipendenti. Piccole srl che nascono e svaniscono nel giro di due anni, con sedi in Campania, Calabria e Sicilia dove i controlli dell’Inps non esistono. Società  paravento a loro volta ingaggiate dalle 64 imprese chiamate da Fincantieri. Sono queste a dividersi il grosso dei guadagni sull’allestimento di condotte di ventilazione e arredi. È il vero affare di cui Fincantieri ha conquistato il 43 per cento della produzione mondiale. L’importante è abbassare il costo del lavoro. Non tanto per competere con la Cina ma per far guadagnare il massimo alle imprese appena sotto Fincantieri.

È per questo che la grande maggioranza degli operai esterni, italiani o stranieri, è ingaggiata a paga globale. Sono contratti fuorilegge che permettono l’evasione di fisco e contributi Inps. Dieci, 12 ore di cantiere al giorno. Senza ferie, tredicesima, malattia, liquidazione: uno sconto quantificato dalla Cgil in almeno tre mesi all’anno. Gli imprenditori più spregiudicati tengono per sé perfino gli assegni familiari e mettono in busta paga 40 ore al mese. Il resto, tra le 160 e le 220, lo pagano in nero. A volte con un assegno. Fa parte del ricatto. Ogni lavoratore firma un foglio in bianco. Se mai decidesse un giorno di denunciare lo sfruttamento o iscriversi al sindacato, si troverebbe con la lettera di dimissioni già  firmata. Ma se è stato pagato con l’assegno, il foglio in bianco potrebbe diventare il contratto di un prestito da restituire. Dipende da come viene compilato.

Impossibile conoscere il numero dei feriti, se dipendono da ditte esterne. Solo i casi più gravi vengono scoperti. Come quello di Diego Pietrobon, 36 anni, dieci in Fincantieri, sposato, una bimba e una casa pignorata dopo l’infortunio: è invalido dal 2003, quando è stato investito dal crollo di una sezione di nave, e solo l’11 marzo c’è stata la prima udienza per la sua causa. Intanto la ditta Omega che l’aveva ingaggiato a paga globale è scomparsa.

Massimo Volpe, 32 anni, elettricista di una ditta di subappalto, verso le due del pomeriggio di lunedì 11 febbraio viene colpito da una scarica a 690 volt. L’impianto della nave su cui lavorava era sotto tensione mentre non doveva esserlo. È il risultato del frazionamento degli appalti. Nessun operaio sa cosa stiano facendo i colleghi accanto. Sempre l’11 febbraio un blocco da 380 tonnellate cade per lo strappo dei ganci di sollevamento: erano stati saldati male alla struttura. L’elenco degli incidenti con o senza feriti, ma potenzialmente mortali, è un brivido quasi settimanale.

Gigantesche ruote di gru da 300 chili che cadono dal cielo. Manutenzioni e imbragature fatte da personale non specializzato. Carrelli che si ribaltano. Bilancieri dei carri ponte nelle officine usati per sollevare pesi eccessivi per le loro dimensioni. A volte le prove vengono occultate. Come sarebbe successo il 16 aprile 2007 dopo il ferimento di un operaio croato, Milenko Libic, 40 anni, della ditta Sonda, un subappalto: gli era stato ordinato di sollevare una lamiera con due pinze inadatte. “Se te lo ordinano i capi, lo devi fare”, racconta un operaio a paga globale, “altrimenti ti dicono: da domani stai a casa”.

Secondo Eurispes, sono morti più operai, muratori e agricoltori in Italia (5.252 dal 2003 al 2006) che militari della coalizione nella guerra in Iraq (3.520). In fondo la salute di un lavoratore a paga globale, in base alle tabelle applicate dai tribunali del Nord-est, costa poco: 44 euro al giorno per un’invalidità  totale. Molto meno di un buon paio di scarponi da cantiere.

E i politici fanno le comparste in tv a raccontare che serve maggior impegno da parte di tutti per la sicurezza sul lavoro…..

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