La festa del Brasile in Confederations Cup 2013

La festa del Brasile in Confederations Cup 2013

Una rivincita attesa 64 anni – Brasile ai Mondiali 2014

Vincere. Anzi, stravincere. Per ribadire la superiorità del futbol bailado sul tiki taka, per rimarcare la forza dell’albo d’oro di chi può contare su cinque titoli mondiali. Ma soprattutto per lavare un’onta vecchia di 64 anni, ma che neppure i trionfi di Pelè e Ronaldo hanno saputo far dimenticare. A chi il Maracanazo l’ha visto dal vivo, e a chi se l’è fatto raccontare. Il riferimento è ovviamente alla sportivamente drammatica sconfitta patita nella finale mondiale 1950, l’unica che il Brasile ha avuto l’onore di ospitare fino a quel 2007, quando la Fifa ha ufficializzato che la scelta per organizzare l’edizione numero venti sarebbe caduta sulla nazione sudamericana. In quel momento il pensiero di tutto il Brasile calcistico è andato a Moacir Barbosa, il portiere di quella storica sfida contro l’Uruguay, messo in ginocchio dalle prodezze di Ghiggia e Schiaffino, da qualche errore personale, ma soprattutto dalla superbia di una squadra troppo sicura di vincere per diritto divino. La stessa sicurezza mostrata a Spagna ’82, quando un Brasile sulla carta non troppo inferiore ai migliori di sempre ha sbattuto contro la presunzione di voler vincere a tutti i costi una partita contro l’Italia che si sarebbe potuto anche pareggiare.

Il modello Confederations

Ma la differenza è sostanziale: perché quel 5 luglio ’82 il fattaccio avvenne a migliaia di chilometri di distanza. Mentre 32 anni prima l’Uruguay profanò il tempio del Maracanà, infliggendo il dolore sportivo più forte nella storia del Brasile, superato solo dalla scomparsa di Ayrton Senna. Un’esagerazione? Non per chi pensa che se gli inglesi hanno inventato il calcio, i brasiliani hanno saputo giocarlo meglio di tutti. Meglio anche dell’attuale generazione della Spagna, il vero “chiodo fisso” da superare la prossima estate. Tutto questo basta e avanza per far capire con quale enorme pressione i giocatori brasiliani si presenteranno alla partita inaugurale del 12 giugno contro la Croazia, prima partita di un girone apparentemente senza storia completato da Camerun e Messico. E basta a spiegare il perché la scelta del ruolo di commissario tecnico sia caduta su Luiz Felipe Scolari, già Campione nel 2002, mai troppo amato in patria dal punto di vista “concettuale” e del gioco espresso, ma visto anche dalla critica come il male necessario per portare la squadra al traguardo sperato. Perché se ogni Mondiale da giocare in casa è un’occasione unica, questa è l’occasione, che presenta una sola via d’uscita. Vincere, possibilmente giocando molto bene, per regalare un’estate indimenticabile a tutta la nazione, compresi magari anche i contestatori che dopo aver messo a ferro e fuoco mezzo Brasile in occasione della Confederations Cup 2013 dovrebbero rendersi protagonisti di nuove proteste, ma meno plateali. Già, la Confederations. Per una squadra che ha giocato quattro anni di amichevoli, inframmezzate solo dalle figuracce in Coppa America 2011 e all’Olimpiade 2012, costate il posto a Mano Menezes, è quello l’unico riferimento “certo” per rapportarsi alla concorrenza.

Neymar

Neymar, campione del Brasile

Brasile al Mondiale 2014: le stelle della squadra

Ebbene, stando a quel precedente, non ci dovrebbe essere partita. Troppo forte la carica emotiva, ma anche la superiorità tecnico-tattica messa in campo da Neymar e compagni rispetto a tutte le avversarie, compresa la Spagna, demolita in finale. Ma sarà stata vera gloria? O piuttosto la conseguenza di un gruppo che ha scaricato sul campo solo una parte della tensione accumulata, e delle aspettative della nazione? Aspettative che, in una competizione molto diversa e lunga un mese, potrebbero anche ritorcersi contro una squadra che, dal punto di vista tecnico, vive su ben poche certezze. Certezza non può esserlo Neymar, la stella più attesa, travolto però dall’eco mediatica del trasferimento al Barcellona, e dalla stagione da comprimario vissuta all’ombra di Messi. Sarà questa uno stimolo o un deterrente in un parco attaccanti ancora privo di un centravanti degno di questo nome, aggrappato ai 22 gol realizzati insieme da Fred e Hulk. E il centrocampo? Sono Paulinho, Hernanes e Luiz Gustavo le sentinelle giuste da piazzare davanti a una difesa che sembra poter dormire sonni tranquilli con Thiago Silva, ma molto meno con David Luiz e Dante? La verità è che se questo Mondiale si giocasse in Europa il Brasile non sarebbe indicato neppure tra le prime tre favorite. Ma il miedo scenico può cambiare le carte in tavola. Aiutando a riscrivere la storia. 64 anni dopo.

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