Si è concluso ieri il ciclo di giornate internazionali (dal 16 aprile al 12 giugno) sul lavoro minorile, che vede coinvolti 218 milioni di bambini e ragazzi dai 5 ai 17 anni.

Il fenomeno non è limitato, come si potrebbe pensare, alle zone arretrate e al terzo mondo: ad oggi nei cosiddetti paesi industrializzati ancora 2 milioni e mezzo di giovani al di sotto di 15 anni, invece di frequentare la scuola vengono impiegati in forme di lavoro di certo non adatte ai bambini.  

L’organizzazione internazionale del lavoro ha reso pubbliche le cifre: almeno due under 15 su tre sottratti alla scuola vengono impegnati nel settore agricolo; il 9% in contesti produttivi ancora piu’ “pesanti” come l’industria, le miniere e l’edilizia.

Anche se il numero di minori lavoratori tra il 2000 e il 2004 e’  sceso in tutto dell’11% e del 26% per quelli piu’ pericolosi, il fenomeno è preoccupante. 

In Italia il lavoro minorile, cioè che impiega mano d’opera di età  inferiore ai 14 anni, è vietatodalla legge 977 del 1967. In realtà  basta guardarsi un po’ intorno  per vedere che molti bambini lavorano.

Di solito svolgono il loro lavoro in aiuto ai genitori, per esempio nella gestione di attività  commerciali, ma spesso anche fuori dall’ambito familiare. 

Difficile fornire cifre esatte perché i dati ufficiali sono pochi, e perché, a volte, non è facile distinguere tra sfruttamento e semplice aiuto nelle attività  familiari, che, se svolto entro certi limiti, può anche rappresentare un momento educativo. L’Istituto Centrale di Statistica (ISTAT) ha svolto un’indagine raccogliendo dati sulle attività  lavorative che svolgono i bambini tra i 6 e i 13 anni, sia nell’ambito familiare che all’esterno delle mura domestiche. Tralasciando i dati relativi ad attività  assimilabili all’aiuto nell’ambito familiare, l’indagine afferma che in Italia lavorano circa 490.000 minori. 

La condizione delle bambine lavoratrici merita un discorso a parte. Svolgono soprattutto attività  domestiche ed il lavoro è a volte così gravoso da compromettere la regolare frequenza scolastica (fino all’abbandono degli studi). I genitori attribuiscono spesso scarsa importanza al successo scolastico delle figlie, per cui abbandonare la scuola non è vissuto come un problema, soprattutto nei ceti sociali più modesti, dove il futuro delle fanciulle viene associato alla casa, al matrimonio, e ai figli che verranno, e assai meno al lavoro e alle esperienze fuori dall’ambito familiare. 

Complessivamente, il lavoro minorile strettamente legato alla poverta’ coinvolge 218 milioni di bambini e ragazzi dai 5 ai 17 anni di età , di cui 74 milioni lavorano a lungo, ed in condizioni di estremo pericolo per la loro salute – anche a causa di scarse possibilità  igieniche e di una inadeguata alimentazione – e talvolta anche per la stessa vita. 

L’organismo internazionale, che tutela i minori nel mondo, è convinto che la frequenza di un corso scolastico rappresenterebbe la vera soluzione al loro sfruttamento: ad iniziare dai paesi che pur definiti “avanzati” non permettono l’accesso all’istruzione gratuita ed obbligatoria.

E la giornata contro lo sfruttamento minorile è stata dedicata proprio all’istruzione, in particolare alla trasmissione del messaggio “l’educazione di qualita’ e’ la miglior risposta al lavoro minorile”.

Per l’Oil anche da un punto di vista meramente produttivo le nazioni che ancora non si sono adeguate in questa direzione beneficerebbero, nel lungo periodo, di non pochi vantaggi: ogni anno in piu’ che i ragazzi fino a 14 anni passano a scuola, anzichè al lavoro, si traduce infatti in un investimento economico non indifferente che supera di sei volte quelle ottenute dai lavoratori precocissimi.

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