Diana, principessa del Lago di Garda


Diana era la più bella barca del lago. Affondò nel 1932 per lo spostamento del carico a Castelletto di Brenzone; è intatta a 120 metri di profondità, ancora in assetto di navigazione, ed ora si progetta di recuperarla.

Diana dorme da quasi ottant’anni sul fondo del lago, dove la luce non arriva a vincere il buio e l’acqua fredda ha protetto dai batteri e microrganismi la bellezza della signora del Garda, partita dalla Val di Sogno con tonnellate di massi che avrebbero dovuto comporre il pennello del porto di Castelletto di Brenzone.

Forse un groppo di vento mandò Diana alla straorza, rovesciando le vele, pochi centimetri separavano la linea di galleggiamento dal ponte; per il rollio il bragozzo iniziò ad imbarcare acqua e nel volgere di pochi minuti affondò. I marinai, i fratelli Franco e Alessandro Zecchini, furono salvati dai pescatori. Diana si posò intatta sul fango, disperdendo parte del carico, quei massi di calcare che, come i sassolini di Pollicino hanno guidato i ricercatori, che l’hanno scoperta il 12 Maggio 2003 quando le speranze sembravano esaurite.

Era l’ultimo giorno utile, anche per ragioni di budget; dopo avere individuato sul fondale lavatrici, frigoriferi, pneumatici, corde di nylon, ed una barca di 6-7 metri con la coperta in teak, le luci del robot, in grado di operare fino a 300 metri hanno seguito la traccia delle pietre calcaree e l’hanno finalmente inquadrata sui monitor, per la gioia e la soddisfazione del team di ricerca, Angelo Modina, Mauro Gambin, e Daniel Modina. In perfetto stato di navigazione, con il bompresso puntato verso Desenzano e poppa verso Riva del Garda.

Laggiù il tempo si era fermato in una sospensione irreale, non un relitto o un rottame, non “quel che resta di qualcosa”, ma proprio Diana, che con quel nome di dea della caccia era stata oggetto di leggende e soggetto di un mito, quello di barca più bella del lago. Diana montava due motori diesel “testa calda”, proprio come i motori Landini, che venivano accesi raramente per risparmiare carburante; forse se fossero stati utilizzati quel giorno, se la manovra non fosse stata effettuata a vela, Diana non sarebbe stata inghiottita dal Garda.

Immatricolata a Riva del Garda con la sigla “Riva M6” era stata improntata negli attuali cantieri della Navigarda di Peschiera, dai maestri d’ascia e carpentieri Dal Ferro che la costruirono, in acciaio, nel 1919. Lunga circa 18 metri per un dislocamento di 50 tonnellate ed un carico trasportabile di 500 quintali, Diana era armata a due alberi.

Ogni fase della spedizione e del ritrovamento sono state documentate da un appassionante dvd “Il ritorno di Diana”, che quasi porta lo spettatore a toccare con mano un bene storico da recuperare e restituire al Pelèr e all’Ora che soffiano da Nord a Sud, e viceversa, sul Benaco. Diana è in grado di navigare, trainata, quasi da subito. Il piano di recupero prevede che venga ingabbiata e sollevata tramite palloni d’aria: una volta “scollata” dal fango la sua lenta risalita sarebbe sicura, anche senza svuotarla dal residuo carico di pietre. Una équipe di subacquei l’accompagnerebbe metro dopo metro, ad evitare sbilanciamenti che causerebbero carichi eccessivi alle infrastrutture.

Il recupero prevede che le parti lignee vengano smontate e sottoposte a procedimento conservativo, per poi essere ospitate, almeno in parte, nel museo allestito dalle suore di Castelletto. A Malcesine vive uno dei migliori maestri d’ascia del mondo, l’ottantenne Sauro Feltrinelli, in grado di ricostruire “allo stato dell’arte” ogni elemento. Feltrinelli è l’ultimo rappresentante di una famiglia proveniente da Gargnano, che negli anni Venti e Trenta costruiva barconi da lavoro, utilizzando quercia, gelso, larice, abete bianco.

La tecnica era simile a quella dei cantieri veneziani del Seicento, che curvavano i legni con il fuoco, impregnavano gli alberi di resine, calatafavano con strisce di stoppa e pece. Feltrinelli negli anni Cinquanta e Sessanta acquisì notorietà mondiale come costruttore dei migliori motoscafi in legno spinti da motori Mercury. La casa americana, vista l’eccellenza di produzione, gli mandò un encomio ufficiale: nessun’altra imbarcazione era performante come quelle costruite dal veronese.