Monthly Archives: marzo 2014

Mondiale 2014: alla scoperta dell’Ecuador

In ricordo di Christian Benitez – Ecuador al Mondiale 2014
Per la storia. E per Christian. Saranno queste le motivazioni al Mondiale dell’Ecuador, che in Brasile disputerà per la terza volta la fase finale del torneo iridato. La storia richiede di ripetere quanto di buono fatto alle prime due edizioni, in Giappone e Corea e in Germania, dove la Tri è sempre riuscita a vincere almeno una partita, destando una buona impressione sotto l’aspetto del gioco e riuscendo anche a centrare il traguardo degli ottavi di finale nel 2006, per arrendersi solo a una punizione di David Beckham. E vincere almeno una partita in un girone comprendente Francia, Svizzera e Honduras potrebbe anche voler dire ipotecare un bel pezzo di qualificazione. Ma se le avversarie rendono non impossibile l’impresa, è inutile negare che nulla è più come prima dallo scorso 29 luglio, data della prematura e assurda scomparsa di Christian “Chucho” Benitez, uno dei giocatori più famosi della Nazionale ecuadoregna, vinto in poche ore da un improvviso malore. Il ritiro della maglia numero 11 non è certo bastato a compagni, c.t. e a tutta la nazione per superare lo shock, ma il forte spirito di attaccamento alla patria e al gruppo che caratterizza i popoli sudamericani rappresenterà di sicuro una spinta in più per i ragazzi del tecnico colombiano Reinaldo Rueda, capace di ricostruire i cocci di una Nazionale che dopo la mancata qualificazione a Sudafrica 2010 sembrava aver perso quella brillantezza e quella spensieratezza che aveva caratterizzato i primi anni 2000, quelli in cui l’Ecuador era riuscito a togliersi i panni della cenerentola del calcio sudamericano, condivisi con Bolivia, ma soprattutto Venezuela, tuttora unica squadra del continente a non aver mai raggiunto la fase finale di un Mondiale.

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Mondiale 2014: alla scoperta della Svizzera

L’ultima passerella di mago Hitzfeld – Svizzera al Mondiale 2014
Ultima squadra europea a battere la Spagna in una grande manifestazione (Mondiale 2006), e terza del Vecchio Continente a strappare il biglietto per il Mondiale 2014. Punto di partenza niente male per la Svizzera, alla terza qualificazione consecutiva al torneo iridato. Certo, in Brasile bisognerà fare i conti con l’ostacolo del clima, destinato a ripercuotersi in maniera particolare proprio su una Nazionale comprensibilmente poco abituata a certe temperature, ma alla vigilia della decima partecipazione alla fase finale di un Mondiale fuori e dentro l’ambiente svizzero si respira ottimismo. Merito dell’esperienza garantita dal c.t. Ottmar Hitzfeld, all’ultima vetrina di una carriera piena di soddisfazioni e vittorie prima di cedere il posto all’ex allenatore della Lazio Vladimir Petkovic. Ma merito anche della crescita esponenziale espressa da tutto il movimento calcistico elvetico, espressa in primo luogo dalla presenza pressoché fissa del Basilea nelle fasi finali delle Coppe europee. Per tutti questi motivi la sensazione diffusa tra gli addetti ai lavori è che la Svizzera non sarà una meteora. L’obiettivo minimo è la qualificazione agli ottavi di finale, meglio se da primi del girone, visto che chiudere al secondo posto vorrebbe dire al 90% scontrarsi agli ottavi col colosso Argentina. A parziale detrimento delle considerazioni di cui sopra c’è tuttavia il fatto che negli ultimi tre anni alla Svizzera non è certo mancata la fortuna. Basti pensare al girone di qualificazione, non certo tra i più impegnativi, con Islanda, Slovenia, Norvegia e Albania. Arrivare primi con margine è stato quasi inevitabile per i rossocrociati, ma la buona sorte ha concesso il bis anche a Costa do Sauipe, sede del sorteggio dei gironi mondiali, avendo collocato la Svizzera nel raggruppamento più livellato in assoluto, ma anche meno qualitativo: con la Francia destinata a passeggiare o quasi, è difficile immaginare che la squadra di Hitzfeld possa soffrire contro Ecuador e Honduras.

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Mondiale 2014: alla scoperta della Spagna

Un ciclo(in)finito – Spagna ai Mondiale 2014
Anche i cicli più lunghi e spettacolari, come è stato quello della Spagna, sono destinati a finire. La prima spia è emersa in Confederations Cup, dove tra atteggiamenti poco professionali e una condizione atletica impresentabile non si è visto nulla dello squadrone che domina in Europa e nel mondo da cinque anni, e che prima di straperdere la finale contro il Brasile era imbattuta da 29 partite ufficiali consecutive. La feroce aggressività dei verdeoro, che interpretarono quella competizione come un vero Mondiale, devastò il proverbiale tiki taka spagnolo. Che sia questo l’antidoto per porre fine all’egemonia? Lo dirà il Mondiale, anche se quella Spagna è stata troppo brutta per essere vera, ed il sospetto che la prima spedizione brasiliana sia stata affrontata al pari di una prova generale rimane molto alto. Basta vedere la tranquillità con cui Del Bosque e i suoi ragazzi hanno affrontato gli impegni successivi, quelli che li hanno portati a raddrizzare un girone di qualificazione messosi in salita dopo il pareggio interno contro la Francia. È ovviamente ancora poco per parlare di Spagna ritrovata, al pari delle ultime amichevoli vinte passeggiando, e anzi è certo che la naturale usura anagrafica e motivazionale del gruppo renda impossibile assistere per la quarta volta allo spettacolo della macchina perfetta vista dal 2008 in avanti, ma è altrettanto certo che quando il gioco si farà duro la vecchia Spagna tornerà a ruggire, e che la strada per la successione dev’essere ancora tracciata.

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Mondiale 2014: alla scoperta dell’Uruguay

64 anni dopo l’impresa – Uruguay ai Mondiale 2014
La notizia è che di partite al Maracanà la Celeste non dovrà giocarne, almeno nella prima fase. Per sfortuna dei tifosi uruguaiani, e fortuna di quelli brasiliani. Perché anche se sono passati 64 anni, e con ogni probabilità nessuna tra le migliaia di persone che hanno comprato i biglietti era presente sulle tribune nel 1950, è pressoché certo che amici, nipoti e bisnipoti si siano fatti spiegare nei dettagli quanto successo in quel 16 luglio, e soprattutto le sue conseguenze. Incredibilmente tragiche per la popolazione brasiliana, che vide la sconfitta in finale nell’unico mondiale casalingo come un vero e proprio lutto, e storiche per il calcio uruguaiano, che quel giorno ottenne il secondo titolo mondiale della sua storia, eguagliando l’Italia al comando dell’albo d’oro. Il sogno di guardare tutti dall’alto sarebbe durato per altri vent’anni, quando il Brasile portò a tre le corone iridate, ma qualunque sportivo verdeoro risponderebbe sì alla proposta di cambiare uno qualunque dei cinque titoli conquistati con quello del 1950. Uno scenario sufficiente per dimostrare come nonostante la vera rivalità brasiliana sia quella con l’Argentina, l’Uruguay venga considerato al pari della kriptonite per il calcio brasiliano. Perché le occasioni per la rivincita al Mondiale non sono mancate, ma quasi sempre sono andate male. E comunque quell’onta rimarrà per sempre. Un’onta più psicologica, figlia del fatto che i cugini poveri avessero osato “sfregiare” il tempio del calcio, più che tecnica, visto che non ci sono dubbi sul fatto che quello Campione nel 1950 sia stato l’Uruguay più forte di tutti i tempi. Basta scorrere il tabellino dei marcatori, comprendente i nomi di Alcides Ghiggia e Juan Alberto Schiaffino, per molti il più forte regista della storia del calcio. Eccellenze pure, che relegano l’attuale gruppo uruguaiano solo al secondo posto.

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Mondiale 2014: alla scoperta dell’Italia

Sull’altalena dei risultati – Italia ai Mondiale 2014
Ottavi di finale, Campioni, e primo turno. Questo l’andamento a dir poco schizofrenico dell’Italia nelle ultime tre edizioni del Campionato del Mondo, cui va aggiunta anche la finale dell’Europeo, ottenuta appena due anni dopo l’imbarazzante eliminazione da campioni in carica subita al Mondiale 2010 ad opera di Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda. Un’onta difficile da lavare quella vissuta in Sudafrica, sebbene il fatto che molti dei protagonisti di quella débacle fossero stati tra i protagonisti quattro anni prima dell’inatteso trionfo in Germania fa pendere la bilancia dei demeriti soprattutto su Marcello Lippi, deciso a puntare per riconoscenza su un gruppo di giocatori evidentemente giunto a fine corsa almeno in ambito internazionale, ripetendo di fatto il medesimo errore commesso da Enzo Bearzot tra il 1982 e l’86. Ma è opinione diffusa tra gli addetti ai lavori internazionali che dal luglio 2012 l’Italia calcistica abbia cambiato pelle, almeno come Nazionale. Il lavoro capillare svolto da Cesare Prandelli ha infatti permesso uno storico cambio di mentalità, in verità più apprezzato all’estero che entro i patrii confini dove, nel rispetto della tradizione un po’ masochistica tutta italiana, i pur evidenti progressi nel gioco e soprattutto nella mentalità vengono messi in secondo piano dalle lotte di quartiere dei e tra i club, invidie e l’inevitabile tifo contro.

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Mondiale 2014: alla scoperta del Portogallo

Ricordando Eusebio – Portogallo al Mondiale 2014
Si profila un’estate calda per i Ronaldo. Il più famoso, e probabilmente ancora il più forte, rischia di essere superato da Miroslav Klose al vertice della classifica dei bomber mondiali di tutti i tempi, togliendo al fenomeno un primato che pareva inattaccabile. Cristiano, invece, avrà semplicemente addosso gli occhi di tutti gli appassionati del pianeta, e soprattutto di una nazione, che gli chiedono il miracolo. Quello di riportare quantomeno il Portogallo tra le prime quattro del mondo, a distanza di 48 anni dall’ultima volta. Inghilterra 1966, non un Mondiale qualunque, bensì quello che, visto il precoce infortunio subito da Pelè e l’assenza di grandi interpreti nell’Inghilterra campione, è passato alla storia per le prodezze di un certo Eusebio. Che da inizio 2014 protegge dall’alto le sorti del calcio portoghese. Un segno del destino cui si aggrappa il tradizionalmente devoto popolo lusitano, che certo non avrà trascurato un altro significativo dettaglio. Come quello che si giocherà in Brasile, nazione ovviamente legata a doppio filo al Portogallo per motivi storici, coloniali e linguistici. Parlare di una seconda casa non è allora esagerato, così come è facile immaginare che sulle tribune degli stadi in cui saranno impiegati i calciatori di Paulo Bento le macchie rossoverdi saranno numerose e rumorose. Oltre a tutto questo ci sono però anche solide basi tecniche che spingono a considerare il Portogallo ai primi posti di quella ideale seconda fila di squadre a ridosso delle favoritissime, quelle che molto difficilmente potranno concorrere per il successo finale, ma il cui approdo tra le prime quattro non potrebbe certo essere considerato una sorpresa.

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