Caravaggio


Roberta Lapucci, capodipartimento del settore conservazione dell’Università americana Saci di Firenze, è autrice di una interessante scoperta riguardante la tecnica pittorica di Carvaggio.

Secondo i risultati delle ricerche già effettuate dalla Lapucci in passato, Caravaggio era impegnato nello studio delle tecniche in grado di portare a massima attuazione le potenzialità offerte dalla luce alla pittura; per questo, avrebbe praticato nel soffitto del suo studio romano un buco che , grazie alla presenza di uno specchio concavo e di una lente biconvessa, permetteva di proiettare sulla superficie della tela l’immagine del soggetto in posa.

Secondo gli ultimi studi di Roberta Lapucci, Caravaggio, che con i suoi accorgimenti aveva reso il suo studio una vera e propria camera ottica, affinò in seguito le tecniche per catturare la luce grazie all’uso di polvere di lucciole.

Più precisamente, secondo la teoria di Roberta Lapucci, il maestro avrebbe utilizzato un composto di biacca e distillato di lucciole che, producendo un effetto fluorescente, gli consentiva di tracciare le linee di base del dipinto anche a luce spenta, evitando cosi l’effetto puzzle dovuto alle multi proiezioni richieste dai continui mutamenti di luminosità nello studio, e ottenendo al contrario l’effetto di una riproduzione monocroma.

L’uso di distillato di lucciole, ottenuto da lucciole seccate e distillate, sarebbe stato confermato dalla scoperta della presenza di materiali fotosensibili nei suoi quadri, tra cui arsenico, magnesio e iodio.

Una curiosità: la polvere ricavabile dai coleotteri luminosi distillati e lasciati seccare era già nota a Giovan Battista della Porta, che ne parlò nel suo trattato Naturalis Magiae, scritto nel 1558.