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  • Ambiente, la casa del futuro sarà di canapa
    la casa del futuro sarà di canapa

    la casa del futuro sarà di canapa

    Dalle fondamenta agli infissi: i primi passi di quella che potrebbe essere una rivoluzione funzionale. Argilla, cemento, legno, acciaio, paglia, tutti materiali utilizzati nella costruzione delle abitazioni, ma che cosa c’è nel futuro? La canapa.

    Se per anni è stata messa al bando per contrastare il problema della droga, negli ultimi tempi si assiste alla riscoperta di una fibra di antica tradizione con la quale si può praticamente produrre di tutto nei più disparati settori: da quello automobilistico al farmaceutico, alimentare, tessile, fino a quello dell’edilizia e dell’arredamento.

    Le case del futuro in canapa

    I più temerari azzardano che la casa del futuro sarà interamente di canapa, dalle fondamenta agli infissi, compreso l’arredamento. Dalla canapa infatti possono essere ricavati pannelli di maggiore o minore robustezza, i primi utilizzati per la struttura portante della casa, capaci di resistere a terremoti e calamità naturali varie, e di garantire un ottimo isolamento termico ed acustico, i secondi invece, utilizzati per la realizzazione dell’arredamento, dalle cucine agli armadi.

    Canapa, rivoluzione nei materiali di costruzione

    Si tratta di una rivoluzione autentica sotto il profilo funzionale, i manufatti che sfruttano la canapa sono altamente ignifughi, più duraturi e resistenti del legno e non soggetti ad attacchi delle tarme, sono refrattari a muffe ed insetti e soprattutto, hanno un basso impatto ambientale: sono riciclabili, e se bruciati non rilasciano sostanze tossiche.

    Impieghi attuali della canapa nella costruzione di abitazioni

    In Francia vi sono ditte che utilizzano la canapa per restaurare o costruire case. Il “Canonbiote” è un materiale ottenuto “mineralizzando” la canapa ricoprendola con silice e renderla impermeabile all’umidità. Un’altra azienda ha brevettato la propria marca di canapa ricoperta con silice e che è già stata utilizzata per costruire più di 250 abitazioni.

    Al contrario del cemento, Isochanvre mescola la canapa trattata con calce naturale ed acqua che può essere versata in forme prefabbricate, come il cemento, per poi indurirsi nei muri, o applicata con una cazzuola, con una consistenza granulosa simile al sughero. Un’altra compagnia, la Canosmose, utilizza canapa non trattata assieme a calce e intonaco di Parigi – una tecnica più simile al “fai-da-te”.
    Il punto della situazione

    Una ditta tedesca tratta la canapa con bitume per creare isolamento per pavimenti. Il prodotto viene semplicemente versato tra le tavole del pavimento. Il bitume aiuta le tavole a mantenersi compatte, creando una massa solida che non si divide se soggetta a pressione.

    La politica sostenuta in passato nei confronti della canapa ha fatto si che il comparto rimanesse fortemente indietro: in Italia in particolare, causa gli enormi costi di produzione e l’arretratezza dei metodi di lavorazione, la coltivazione della canapa è stata abbandonata a partire dal secondo dopo guerra. La ripresa e lo sviluppo del settore richiedono la creazione di un nuovo sistema produttivo, capace di ottimizzare l’enorme potenzialità e versatilità della canapa.

    Nel mondo, in particolare in Canada, sono stati fatti numerosi ed accurati studi ed esperimenti, che hanno portato a risultati sorprendenti. Il cammino è ancora tutto in salita, ma i numerosi benefici che potrebbero derivarne impone di accettare la sfida. Per questo l’Europa, oggi ne promuove e sostiene la ricerca, e sempre più numerosi sono gli imprenditori che si apprestano a sfruttare l’enorme business della canapa.

  • Allarme WWF, scioglimento ghiacciai e innalzamento livello mari
    scioglimento dei ghiacciai e innalzamento dei mari


    Grido d’allarme del Wwf nel corso della conferenza sul clima dell’ Organizzazione meteorologica mondiale a Ginevra. Secondo il rapporto dell’associazione il 25% della popolazione mondiale è minacciato dalle inondazioni provocate dallo scioglimento dei ghiacciai nell’Artico.

    Il rapporto del Wwf sul livello degli oceani

    Nel rapporto “Arctic climate feedbacks: global implications”, realizzato dal Wwf, si dice che tra novant’anni, nel 2100, il livello degli oceani potrebbe essere aumentato di più di un metro (piu’ del doppio di quanto previsto dall’Ipcc nel suo quarto rapporto del 2007), e per gli insediamenti urbani vicino alle coste potrebbe essere un pericolo da non sottovalutare. La zona artica si sta riscaldando due volte più in fretta della Terra cosa che costituisce una minaccia per tutto il pianeta. In Europa e America del Nord gli inverni potrebbero essere molto più rigidi, mentre in Groenlandia diverrebbero più miti per le diverse condizioni di umidità dovute all’innalzamento del livello dei mari.

    I pericoli derivanti dallo scioglimento dei ghiacciai

    Secondo il Wwf è in atto un processo inarrestabile a catena: l’estensione dei ghiacciai diminuisce e la superficie degli oceani aumenta, la quantità di energia solare assorbita cresce e provoca un aumento delle temperature. Il riscaldamento climatico libera inoltre grandi quantità di gas a effetto serra provenienti dalle riserve di carbonio, fino ad ora stoccate nel ghiaccio, nella regione polare, un altro effetto che contribuisce a sua volta, ad accelerare il processo di scioglimento dei ghiacciai artici, e alla moltiplicazione dei fenomeni meteorologici estremi.

    I rimedi, la riduzione delle emissioni di Co2

    Per evitare la catastrofe bisogna che i paesi industrializzati riducano di almeno il 40% le loro emissioni di Co2 entro il 2020. Il Wwf ha chiesto ai leader mondiali di approvare rapide e significative riduzioni delle emissioni di gas serra al vertice che si terrà a dicembre a Copenhagen per le negoziazioni finali su un nuovo accordo globale sul clima. Sulla questione i capi di stato e di governo dovranno trovare un’intesa a dicembre a Copenaghen, per un accordo che sostituisca il Protocollo di Kyoto a partire dal 2013.

    Martedì 1 settembre il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha visitato la comunità scientifica di Ny-Aalesund, nell’arcipelago norvegese di Svalbard, in pieno Circolo Polare Artico, per misurare l’impatto del cambiamento climatico.

    A meno di 100 giorni dal vertice di Copenhagen sul clima, queste notizie fanno capire, se ce ne fosse ancora bisogno, che non si può più temporeggiare e rimanere indifferenti alle continue notizie riguardanti la nostra terra…dopo averla sfruttata in tutti i modi possibili è nostro dovere ridargli “vita”.

    IPCC o Intergovernmental Panel on Climate Change è il foro scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, la World Meteorological Organization (WMO) e l’United Nations Environment Programme (UNEP) allo scopo di studiare il riscaldamento globale.

  • Buco nell’ozono ed effetto serra
    Buco nell ozono ed effetto serra


    Uno studio sui gas HFC utilizzati nei condizionatori svela che salvano l’ozono ma hanno un effetto deleterio sull’effetto serra, sembra insomma che le misure prese sino ad ora per limitare e ridurre il buco nell’ozono creino danni collaterali non indifferenti.

    I risultati dello studio sono stai pubblicati in Olanda. Se i CFC (clorofluorocarburi) non fossero stati banditi dal protocollo di Montreal, gli effetti sullo strato protettivo di ozono nella stratosfera sarebbero stati devastanti, ma il contributo al riscaldamento del pianeta da parte degli HFC (idrofluorocarburi), utilizzati negli impianti di riscaldamento, proprio in sostituzione dei CFC sembra comunque essere di notevole rilevanza.

    Gli impianti di condizionamento rilasciano nell’aria circa il 30% di HFC ogni anno. Una tonnellata di HFC23, che si utilizza negli impianti di refrigerazione domestici ed industriali al posto del CFC, ha un effetto serra pari a 14.800 tonnellate di anidride carbonica. Una tonnellata di HFC-134a, presente negli impianti di condizionamento dei veicoli, corisponde a 1.430 tonnellate di anidride carbonica.

    AL momento il contributo degli HFC all’effetto serra è ancora modesto ma alla Netherlands Environmental Assessment Agency sostengono che nel 2050 potrà arrivare al 19% del totale, poichè la domanda di HFC nel contempo aumenterebbe dell’800%.

    Se non avessimo fermato l’utilizzo dei CFC lo strato di ozono sarebbe ormai gravemente compromesso, lo scienziato della Nasa, Paul Newman (è proprio un omonimo dell’attore) ha calcolato cosa sarebbe successo se alla fine degli anni 80 non fossero stati messi al bando i gas che “bucano l’ozono”.

    Secondo Newman l’ozono stratosferico sarebbe completamente sparito entro il 2065. E in questo 2009 i danni sarebbero già evidenti ed enormi.

    L’ozono stratosferico “filtra” i dannosi raggi ultravioletti del sole che a questo punto sarebbero aumentati di 6 volte, significa scottature evidenti della pelle dopo appena cinque minuti di esposizione al sole estivo.

    Come se non bastasse, a causa dell’effetto serra dei gas che “bucano l’ozono“, le temperature medie sarebbero aumentate di 4 gradi.

    Tutto questo non è successo grazie al Protocollo di Montreal, a cui hanno aderito 193 Paesi, che impegnava alla progressiva messa al bando dei gas che distruggono l’ozono.

    E’ evidente che le catastrofi ecologiche possono essere evitate grazie all’impegno della comunità internazionale, anche se il problema non è stato del tutto risolto siamo sulla buona strada.

  • My future, il progetto Vodafone per riciclare i cellulari
    My future, il progetto Vodafone per riciclare i cellulari


    Vodafone ricicla i cellulari e fa “l’ecoricarica”.Energia pulita: Vodafone ricicla i telefoni cellulari in disuso per acquistare pannelli solari da utilizzare nelle scuole, si tratta del progetto “My future”.

    I telefoni cellulari non più funzionanti possono essere “trasformati” in energia pulita. Si è conclusa la rottamazione dei vecchi telefoni (con batterie ed accessori annessi) nei temporary shop “My Future” (a Milano era in Corso Garibaldi, 59); con il ricavato Vodafone acquisterà pannelli fotovoltaici per le scuole. «Abbiamo già raccolto 20mila euro con i telefonini raccolti nei 700 punti vendita italiani – spiegano a Vodafone -. Ora con Enel e Legambiente vogliamo estendere l’iniziativa e dotare di impianti fotovoltaici due scuole per ogni regione». Negli spazi Vodafone è possibile acquistare anche le borse realizzate in pvc riciclato dai cartelloni delle campagne pubblicitarie. Costano da 25 a 35 euro.

    Si tratta della seconda edizione della campagna “Il tuo telefonino ha ancora tanta energia”, per la quale Vodafone, a supporto dell’iniziativa ha ideato Ecoricarica, il nuovo taglio da 60 euro. Per ogni acquisto Vodafone donerà un euro per generare energia pulita e sostenere le attività della campagna a tutela dell’ambiente.

    La prima edizione della campagna, che ha coinvolto in un tour itinerante 10 città italiane e oltre 700 negozi Vodafone One ha permesso il finanziamento, grazie al ricavato, sommato al contributo di Vodafone, per la rigenerazione ed il per l’installazione di impianti fotovoltaici in sei scuole individuate con il supporto di Legambiente a Palermo, Agrigento, Grosseto, Pesaro, Comacchio e La Spezia.

    Anche Enel contribuisce a questo progetto occupandosi dell’installazione dei pannelli, per chi non avesse fatto in tempo ad aderire all’iniziativa, c’è la possibilità di visitare il sito www.myfuture.vodafone.it/ per vedere quando sarà ripetuta e per saperne di più.

    A proposito del rapporto telefoni cellulari-rispetto dell’ambiente, va segnalato il telefono ecologico della Samsung, completamente eco compatibile, dalla confezione alla scocca. E200 Eco è realizzato in buona parte in bioplastica. Per la casa coreana, che collabora con Cheil Industries per soluzioni a basso impatto ambientale, si tratta del primo vero cellulare ecologico lanciato sul mercato di massa. Il telefono utilizza una scocca composta da una miscela di policarbonato con il 40% di Pla (acido polilattico), una bioplastica di origine naturale ricavata da zuccheri del mais e facilmente compostabile. L’imballo aumenta il valore ecologico, si tratta di una scatola realizzata con carta riciclata non plastificata, e la presenza di un avviso acustico che ricorderà agli utenti di staccare il caricabatteria dalla presa a ricarica completa.

  • Relux: la piastrella ecologica

    E’ made in Italy, vanta anche la certificazione di qualità  ecolabel.

    L’idea originale, di riciclare a scopo industriale prodotti speciali fuori uso risale al 2006, quando fu presentata come prototipo.

    Ora è in produzione, questa piastrella ideata da un gruppo di ricercatori italiani, prodotta con vetro di lampade fluorescenti a fine vita, coniuga alta qualità  e ridotto impatto ambientale, conformandosi così alle direttive europee sulla gestione dei rifiuti.

    La ricerca è avvenuta nell’Università  degli studi di Modena e Reggio Emilia, in collaborazione con le società  lombarde Relight di Ro (MI) e Polis Manifatture Ceramiche S.p.A. di Bondeno di Gonzaga (MN). 

    La responsabile del progetto Luisa Barbieri, del Dipartimento di Ingegneria dei Materiali e dell’Ambiente spiega che il gruppo da lei diretto si occupa da anni della valorizzazione dei rifiuti, e del loro reinserimento nel circuito economico.

    Dal 2003 l’attenzione si è concentrata sui “prodotti” dalla dismissione di apparecchiature elettriche ed elettroniche, e vista la vocazione economica del territorio si è pensato a come utilizzare tali materiali nel settore ceramico, passando quindi alla fase realizzativa di un vero prodotto commerciale.

    Nel 2006, il giovane Lorenzo Sassi, allora studente in Ingegneria Ambientale a Modena, vinse per le sue ricerche il concorso promosso da Ecoistituto del Veneto,dedicato alla realizzazione di tesi legate alle tematiche ambientali. 

    L’anno scorso la ‘piastrella ecologica’ made in Italy ha ricevuto una menzione speciale, quale Miglior Prodotto, nell’ambito del Premio Impresa Ambiente promosso dal Ministero dell’Ambiente (selezione italiana dell’European Business Awards for the Environment istituito dalla Direzione Generale Ambientale della Commissione Europea nel 1987), e nel marzo di quest’anno, Relux ha acquisito appunto il marchio di qualita’ ecologica ‘Ecolabel’. 

    “Sono, dunque, numerosi i consensi, e si sono moltiplicati da quando Relux e’ entrata in produzione, contando su numerose richieste grazie anche ad una vasta gamma di tipologie, colori e dimensioni ed a caratteristiche tecnologiche che la equiparano, anche dal punto di vista qualitativo ed estetico, ad altre piastrelle ottenute con metodi tradizionali”. 

    Relux, nome voluto in omaggio ai materiali con cui viene prodotta, e’ realizzata in gres porcellanato smaltato, con smalto composto dal 40% di vetro ad alte prestazioni, ottenuto da lampade fluorescenti bonificate.

    Secondo gli addetti ai lavori, infine, le performance positive della piastrella ecologica riguardano

    5 punti strategici: riduzione di sfruttamento di materie prime; riduzione di impatti ambientali derivanti dai trasporti; riduzione di consumo energetico; recupero di materiali di alta qualita’; riduzione dei quantitativi di rifiuti da avviare allo smaltimento finale.

    [link per approfondimenti]

    Relux: la piastrella ecologica