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Il Mister X che vuole acquistare il Torino è Raffaele Ciuccariello
Svelata finalmente l’identità del Mister X che da mesi sui giornali e sulle televisioni diceva di voler acquistare da Urbano Cairo la squadra di calcio del Torino. Il suo nome è Raffaele Ciuccariello e sarebbe un imprenditore nel ramo delle vendite delle pizzette a taglio. Con una conferenza stampa annunciata già da un bel po’ di settimane, gli avvocati dell’industriale pugliese hanno presentato il nuovo acquirente ai giornalisti e ai tifosi, che non sono parsi molto entusiasti. Anzi, non appena hanno saputo, dalle parole dei legali, che il nuovo presidente in realtà non lavora più da anni e che ha delegato tutto ai suoi 10 figli, hanno cominciato serenamente a rumoreggiare. Sì, perché il prolifico foggiano è tranquillamente in pensione da tempo e ogni tanto dà una mano a uno dei suoi figli che di professione fa l’investigatore privato. Alt! direte voi, come può un ex pizzettaro e novello Sherlock Holmes anche solo pensare di acquisire una società di calcio importante come il glorioso Toro, non pagherà mica gli stipendi dei calciatori con due pizzette al mese? No. A questo punto la storia diventa un giallo. Il buon Ciuccariello, che non appare su internet in nessun modo (possibile che un imprenditore non venga nemmeno citato una volta sul web?) avrebbe ereditato una bella sommetta, circa 600 milioni di euro. Da chi? Perché, quando? Non è dato saperlo. Si vocifera anche che sia un nobile decaduto e che con l’eredità centri in qualche modo Casa Savoia. Ma i tifosi del Toro possono stare tranquilli, Ciuccariello è disposto a spendere tutto il suo ingente malloppo per costruire un grande squadra che vinca lo scudetto nel 2011, anno in cui festeggerà le nozze d’argento. Il progetto c’è, i soldi pure e allora i tifosi del Toro di cosa dovrebbero avere paura? Con queste credenziali non sarà certo l’ennesimo industriale che ha sfruttato una buona occasione per farsi pubblicità… oppure no? A Sherlock Holmes l’arduo compito di risolvere il caso, magari… con una pizzetta in mano!
Lenti a contatto: attenti alla vista
Per chi porta le lenti a contatto è sicuramente una notizia da tenere
sott’occhio, recenti ricerche su un determinato numero di persone hanno evidenziato che un uso sbagliato delle lenti può portare alla perdita della vista.
Secondo gli specialisti, convenuti a Roma in questi giorni per un convegno sul trapianto di cornea, dei due milioni di italiani che utilizzano questi prodotti anziché gli occhiali, molti rischierebbero seri e gravi danni alla retina, sono, infatti, in aumento i trapianti dovuti alle pesanti conseguenze riportate grazie a un non corretto uso delle lenti a contatto.
Le cause di ciò sono per lo più la mancanza di igiene, il largo utilizzo delle lenti morbide soprattutto settimanali e mensili e lo scambio che avviene per lo più fra i giovanissimi.
Sarebbero, infatti, i ragazzi tra i 13 e 17 anni i più colpiti, magari con un lieve o addirittura nessun problema di vista, che comprano le lenti per bellezza, le cosiddette “cosmetiche”, e che, non è raro, se le scambiano fra loro, aumentando così il rischio di contrarre delle infezioni. Sono proprio quest’ultime, per la maggior parte delle volte, l’effetto di cattive abitudini che portano poi al ricovero in ospedale. Le infezioni, difatti, sono subdole, all’inizio non provocano sintomi, e quando questi si manifestano la situazione spesso è già irrimediabilmente compromessa, portando, quindi, ad una inevitabile soluzione: il trapianto di cornea
Tutto ciò, però, può essere evitato seguendo poche e semplici norme, un decalogo stilato dagli specialisti e dagli ottici italiani: 1)
controllare sempre la data di scadenza di lenti e liquidi, 2) sostituire ogni 3-6 mesi il contenitore delle lenti, 3) sciacquarsi le mani ogni volta che si mette o toglie la lente, 4) Conservare le lenti mai in soluzioni saline ma immerse nei liquidi indicati 5) Non utilizzare mai la saliva, 6) Non scambiarsi le lenti “cosmetiche” 7) Sciacquare il porta lenti con il liquido,
Togliere lenti al primo sintomo di lacrimazione, 9) Non dormirci mai, 10) Droga, alcool e fumo provocano danni anche a livello oculare.
“Numero uno”, il tormentone tedesco sugli italiani -Luca Toni-
È la canzone che spopola in tutta la Germania, la più scaricata dai tedeschi e la più trasmessa dalle radio bavaresi e riguarda noi italiani, più precisamente uno di noi, il modenese più famoso nelle fredde terre teutoniche, ovvero Luca Toni. La canzone in questione si chiama “numero uno” ed è cantata da un comico molto noto da quelle parti, Matze Knop, una sorta di Fiorello tedesco. L’intento dell’autore del brano, cioè di farne un tormentone da discoteca, è riuscito pienamente così come la sua volontà di parodizzare con i classici luoghi comuni sul Bel Paese un nostro compaesano che lì sta riscuotendo sia in campo che fuori un enorme successo.
La canzone è a dir la verità orecchiabile, entra subito nella testa con il suo ritornello “Luca Toni… sei per me il numero uno” e a dir il vero è anche divertente, soprattutto il video, già su youtube, in cui il presentatore e attore tedesco imita l’ex centravanti della Fiorentina con il classico gesto della mano intorno all’orecchio mentre balla attorniato da belle donne in una discoteca. Certo i luoghi comuni sull’italianità che piacciono così tanto al di là delle Alpi sono davvero troppi. Il pezzo, infatti, ha solo poche parole in tedesco, le altre sono tutte ben riconoscibili in un italiano germanizzato che fa ancora più ridere e che da il via al festival degli stereotipi: e allora Toni fa subito rima con cannelloni, Berlusconi, simulazioni e peperoni. Non mancano poi termini come “Mamma mia” “Roma Roma”, “Campioni”, “Ammore mio”, “Lamborghini”, e via via con “mozzarella”, “mortadella”, “cappuccini” e chi più ne ha più ne metta.
Insomma come se noi facessimo l’imitazione di un tedesco che parla in italiano, un po’ banalotto ma divertente, chissà se l’ha presa sul ridere anche il numero nove della nostra nazionale?
Video “Numero uno”, il tormentone tedesco sugli italiani -Luca Toni-
Obama incontra SpidermanIl 20 gennaio Barack Obama si insedierà alla Casa Bianca pronunciando il giuramento e diventando così ufficialmente il Presidente degli Stati Uniti d’America. Ma c’è chi quel giorno se lo è già immaginato, e ha ipotizzato un incontro tra il neo eletto capo di stato e nientemeno che l’uomo ragno. La Marvel Comics, la casa editrice del popolare fumetto, ha fatto sapere che in questi giorni uscirà un albo speciale in cui l’arrampicamuri farà la conoscenza del più famoso afroamericano del momento. L’incontro avverrà proprio il giorno del giuramento, infatti, Peter Parker, presente alla cerimonia per scattare delle foto per il proprio giornale, si accorgerà della presenza, tra la folla, di ben due Obama.
Nelle vesti di Spider Man si troverà a smascherare il finto presidente, ovvero il suo arcinemico il Camaleonte, dopodiché sarà ringraziato dal vero Obama in persona. La storia uscirà il 14 gennaio, nella collana Amazing Spiderman, è stata sceneggiata da Zeb Wells, Todd Nauck e
Frank D’Armata, e diventerà sicuramente un albo introvabile, di grande valore per i collezionisti. L’idea, ha spiegato l’editor in capo, Joe Quesada, è venuta dopo le dichiarazioni dello stesso Obama, durante la campagna elettorale, di essere un grande fan e collezionista dell’uomo ragno, soprattutto perché ammira il travaglio interiore che spesso il protagonista del fumetto si trova ad affrontare, cosa che per esempio lo distingue da un altro eroe come Superman.
È la prima volta che un Presidente degli Stati Uniti diventa il protagonista di una storia a fumetti, anche se era già successo che vi facesse una comparsata, era capitato, infatti, a John Fitzgerald Kennedy,
presente in una storia di Superman e a Richard Nixon citato due volte ne “I fantastici quattro” e ne “L’incredibile Hulk”. Quesada ha precisato comunque che la scelta di Obama non ha niente di politico, vuole solo omaggiare il fatto di avere un lettore alla Casa Bianca, sarebbe stato lo stesso anche se il Presidente fosse stato McCain.
I simboli del Natale
I simboli del Natale: il vischio, il pungitopo, il ginepro, le arance, il melograno, il cero
Ormai il Natale è davvero alle porte con tutti i suoi simboli e le sue tradizioni consolidate nel tempo, tanto che nessuno fa più caso al significato di alcuni gesti spesso ripetuti automaticamente sotto le feste o alla presenza, data per scontata, di svariati oggetti nelle nostre case.
È per esempio il caso del vischio, immancabile in ogni abitazione nel periodo natalizio come segno beneaugurante per chi vi si bacia sotto, ma che ha origine antichissime tanto è vero che ne parlava già Virgilio nell’Eneide. Per le sue virtù magiche era considerata una pianta divina e miracolosa al punto che era permesso raccoglierla solo ai sacerdoti, utilizzando esclusivamente una falce d’oro. Oggi è un simbolo di pace che protegge perché incarna lo spirito vitale.
Che dire poi dell’agrifoglio e del pungitopo entrambe considerate portatrici di fortuna con le loro foglie dure e piene di spine che figurano la forza e la prevenzione contro tutti i mali. Le foglie spinose secondo una leggenda rievocano le spine della corona di Cristo e le bacche il suo sangue.
C’è poi il ginepro, legno sacro, perché la tradizione vuole che la croce su cui si sacrificò Gesù fosse fatta con questo tipo di albero. Per questo motivo il ginepro è considerata una pianta che purifica dai peccati.
Non è Natale poi senza un cesto di arance in mezzo alla tavola; frutti invernali per eccellenza, portano con sé il calore del sole raffigurando speranza e splendore.
A volte accanto all’arancia si può trovare il melograno, non è un fatto strano, poiché questo frutto rappresenta la rigenerazione della natura, spesso nei dipinti, Gesù viene raffigurato con un melograno in mano che, in questo caso, diventa simbolo di resurrezione. In molte famiglie non può mancare, durante la vigilia o il giorno stesso di Natale, un cero posto di solito sul desco.
Il cero natalizio simboleggia la nascita di Cristo che con il suo avvento portò la luce tra gli uomini.
Leggi anche “I simboli del Natale: seconda parte”
La storia dell’albero di NataleLa storia dell’albero di Natale
In questo periodo l’albero di Natale è sicuramente presente in tutte le nostre case, ma forse in pochi sanno il perché e da dove derivi questa tradizione. In generale l’albero ha assunto funzione simbolica fin dai tempi più antichi, addirittura prima del Cristianesimo.
Un’antica tradizione pagana come bene augurio per il nuovo anno voleva che si portasse in casa un ramo o un ceppo per poi bruciarlo nel camino. Metaforicamente con questo gesto si bruciava il passato e le scintille che venivano emanate rappresentavano la luce dei giorni in arrivo.
È nel Medioevo però che l’abete fa la sua comparsa un po’ dovunque come albero principe delle feste, questo grazie alla sua caratteristica di essere un sempre verde, qualità che secondo un’antica favola popolare, sarebbe un dono di Dio. L’abete era considerato albero sacro anche in Egitto, dove era venerato come albero della Natività, perché sotto i suoi rami era nato il Dio Biblos. In Grecia era consacrato alle nascite, in Asia era l’albero cosmico, piantato al centro dell’Universo.
Ma la sua nascita ufficiale come albero di Natale risale al 1605: in una cronaca di Strasburgo si legge che gli abeti erano portati nelle case e ornati con mele, zucchero e fiori di carta, oggetti simbolo della fertilità.
La sua fortuna e diffusione si deve però a uno scrittore, Johann Wolfang
Goethe che ne “I dolori del giovane Werther” fa una descrizione dettagliata dell’albero natalizio, all’epoca molto diffuso soprattutto nelle abitazioni aristocratiche. Con l’epoca romantica l’albero assume tutte le caratteristiche che ha anche oggi, incominciando ad essere adornato di palline e fiocchi. Particolare il significato delle luci e delle palle con le quali viene addobbato l’abete ai giorni nostri.Le lucine, infatti, simboleggiano la luce che Gesù ha portato nel mondo, mentre le sfere, i fiocchi o i pacchetti sono il simbolo dell’amore che ha portato in tutto il mondo.
Recensione film Nessuna Verità
Nessuna Verità è una spy story sui metodi usati dalla Cia nelle sue operazioni in Medio Oriente. Il regista Ridley Scott presenta il modus operandi della potente organizzazione americana attraverso due punti di vista: uno presente direttamente sul campo dove opera l’agente scelto Roger Ferris, interpretato da Leonardo Di Caprio, che si infiltra ottenendo notevoli risultati e rischiando più volte la propria pelle, l’altro, invece, esterno, con Ed Hoffman, Russel Crowe, che dirige le operazioni direttamente da casa sua, grazie a un telefono.
Lo spettatore assiste quindi alla situazione paradossale di essere dentro l’azione e di esserne contemporaneamente anche fuori, il tutto facilitato dal clima da Grande Fratello con cui la Cia controlla i movimenti di Francis in Iran, Iraq o a Dubai grazie alle immagini captate da un satellite in tempo reale. Così mentre il personaggio di Di Caprio mette a repentaglio continuamente la vita nel tentativo di sgominare la cellula terroristica che fa capo ad Al Saleem, scendendo a patti con i pericolosi servizi segreti Giordani, il suo capo Russel Crowe decide vita e morte di nemici, civili e quant’altro tranquillamente seduto davanti alla televisione o accompagnando la figlioletta a scuola.
Un film dai grandi spazi, nel senso che sono molti i posti in cui gli attori si muovono, con scenari desertici in quantità, mercati confusionari e attentati kamikaze, ma che non aggiunge un granché a tutto quello che è stato scritto o mostrato sul Medio Oriente.
Trama articolata ma non innovativa anche se Redley Scott sa fare il suo mestiere non cadendo mai nel banale e azzeccando soprattutto l’angosciante visione dall’alto del grande occhio del satellite quasi un Truman Show versione militaresca.
Belle le interpretazioni delle due star di Hollywood, quella di Crowe nel cinico e imbolsito capo della Cia, e quella di Di Caprio, alle prese con un altro ruolo da infiltrato dopo quello di The Departed.
Video Trailer “Nessuna Verità”


