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Marlene Kuntz: primo “best of” per la band

A più di vent’anni dalla formazione del gruppo, Marlene Kuntz si apprestano a pubblicare la loro prima raccolta.
Il complesso di Cuneo, originariamente formato nel 1987 dal batterista Luca Bergia e dal chitarrista Riccardo Tesio, rappresenta uno dei primi e primari alfieri dell’alternative rock italiano, profondamente influenzati dai Sonic Youth, dal noise rock e da suggestioni post-grunge.
Tra i promotori di un certo tipo di musica, i Marlene Kuntz sono tra i pochi ad essere riusciti in vent’anni a coniugare ricerca stilistica, tendenze sperimentali e successo commerciale.
La loro parabola discografica infatti prende corpo nel 1994, col disco d’esordio “Catartica”, succeduto ad alcuni demo che avevano riscosso ottimi consensi dalla critica specializzata.
Da questo primo episodio ufficiale, fortemente orientato allo sperimentalismo, la band si è via via incanalata in un percorso critico che ne ha accentuato negli anni l’aspetto lirico e più propriamente cantautoriale.
Forti di un seguito ormai larghissimo, capaci di creare una miscela che ne sintetizza appieno tutte le caratteristiche e che li ha resi riconoscibili tra tanti, negli anni i Marlene Kuntz si sono resi protagonisti di ottime performance live, prima fra tutte il Concerto del Primo Maggio a Roma nel 2003, e tributi di rilievo, come quello ai Diaframma, sempre capitanati dalla fascinosa attrattiva intellettuale del leader Cristiano Godano.
Sembra quindi arrivato il momento, prezioso per qualsiasi band, di potersi finalmente guardare alle spalle e fare un primo consuntivo della propria carriera.
Il “Best Of” sarà pubblicato il 23 gennaio 2009 e consterà di ben diciassette brani, a partire proprio dall’album “Catartica” fino all’ultimo “Uno” del 2007.
Saranno inoltre presenti tre cover: “Impressioni di Settembre”, indimenticato capolavoro della PFM; “La libertà” di Giorgio Gaber e “Non Gioco più” di Mina, già presente nell’ep “Fingendo la Poesia” del 2004. A completare la chicca sarà l’inedito “Pregiudizio”.
Di seguito la tracklist completa della raccolta:
- Festa Mesta
- Canzone di Oggi
- Retrattile
- Nuotando nell’aria
- Non gioco più
- Bellezza
- La canzone che scrivo per te
- La libertà
- Musa
- Il pregiudizio
- La lira di Narciso
- L’odio migliore
- Come stavamo ieri
- Uno
- Fingendo la poesia
- Schiele, Lei, Me
- Impressioni di settembre
Marlene Kuntz “La canzone che scrivo per te”
Abiura di me, nuovo singolo di Caparezza
In questi ultimi giorni è giunto nelle programmazioni radiofoniche il nuovo singolo di Caparezza, l’astro brillante e un po’ dadaista del nuovo, iconoclasta hip hop italiano.
“Abiura di me“, questo il nome della canzone, è il terzo singolo estratto dal nuovo album “Le dimensioni del mio caos”, dopo l’ottimo “Eroe”, forte di un testo davvero notevole, e “Vieni a ballare in Puglia”.
Singolare l’immaginario che sta dentro alla canzone, tutto riferito al mondo dei videogiochi, da quelli storici a quelli più moderni. Il campionamento iniziale riprende il tema di “Bubble Bobble”, mentre la canzone continua poi recuperando riferimenti a diverse saghe e personaggi memorabili come Super Mario, Double Dragon, Sonic, Prince Of Persia, Crash Bandicoot e Resident Evil; nel video vengono ripresi temi di Metal Gear Solid e Tetris.
Non mancano poi cenni di autobiografismo del cantante, e riferimenti alla scena rap.
Michele Salvemini, vero nome di Caparezza, pseudonimo che in dialetto di Molfetta significa “testa riccia”, conferma la propria abilità di nascondere in canzoncine orecchiabili e apparentemente innocue testi dal forte contenuto sociale. La canzone alterna parti rappate con svisate in territori più rockeggianti, e il risultato finale è quella di una song energica, coinvolgente, potente e ironica.
La regia del video è stata affidata Bonsaininja.
Video Abiura di me di Caparezza
La PFM ricorda De Andre’
Dopo la sua morte la sua fama è comprensibilmente aumentata e anche chi non l’aveva mai ascoltato con piacere, colore che avevano preferito dedicarsi ad altro, hanno saputo e voluto dedicare attimi della propria vita alle sue canzoni.
Stiamo parlando di Fabrizio De André, probabilmente il migliore e il più imitato tra la scuola cantautoriale italiana.
Alla fine degli anni settanta la Premiata Forneria Marconi, punta di diamante del movimento rock progressivo del nostro paese, accompagnò Faber in tour riarrangiando le sue canzoni in alcune delle loro migliori vesti.
L’undici gennaio del 2009 ricorre il decennale della morte del cantautore ligure, e i suoi vecchi compagni hanno deciso per l’occasione di regalare ai fans la possibilità di ascoltare gli arrangiamenti originali di quegli anni, in un disco pubblicato al solo scopo di tributare l’amico e far conoscere a chi non c’era un’occasione speciale, incisa negli annali della musica italiana.
Ecco perché, tra le molte iniziative che si preparano in tutto il paese per ricordare il cantastorie più acuto, la PFM ha già pubblicato lo scorso14 novembre un cd/dvd che ripropone le canzoni di De André nella veste originale dei tour del 1978 e 1979, che a trent’anni esatti dall’esperienza, secondo Franz Di Cioccio “significa per noi come chiudere un cerchio”.
Il batterista-cantante continua “Volevamo risettare l’hard disk della memoria, e far capire a chi allora non c’era cosa hanno significato quei concerti”. La stessa atmosfera quindi rivive oggi con questo “PFM canta De André”, registrato al Teatro Comunale Maria Caniglia di Sulmona il 29 marzo del 2008.
“Abbiamo metabolizzato il maestro” ha dichiarato ancora Di Cioccio, che si mostra non preoccupato nel dover riproporre brani così personali, “Ne siamo diventati gli interpreti. Ed è bello immaginare che dove finiscono le nostre dita, ricomincia Faber. Abbiamo cercato di conservare l’ironia e il senso ludico di quell’esperienza, che fu anche molto divertente.”
“Quel che sorprende di De André”, continua Patrick Djivas, “è la sua immortalità”.

Video Fabrizio De Andre Geordie
Jimi Hendrix: morto Mitch Mitchell
Mitch Mitchell, leggendario batterista inglese dell’ancora più acclamata Jimi Hendrix Experience, è stato trovato morto ieri mattina nella sua camera d’albergo a Portland, al Benson Hotel, verso le tre del mattino. Il drummer aveva 62 anni.
Le cause della morte sembrano essere naturali, almeno così ha dichiarato il medico legale nel suo rapporto, e voci di corridoio profilano l’ipotesi di un infarto, anche se i dettagli della morte non sono stati ancora descritti e nessun abbia diramato comunicati precisi.
Mitch Mitchell è stato uno dei batteristi fondamentali nella storia del rock, al pari di Keith Moon, John Bonham, Cozy Powell e altri. Il suo stile irruento, martellante, versatile e dinamico ha influenzato centinaia di percussionisti nel mondo, alcuni dei quali poi diventati poi i batteristi delle grandi rock band dei decenni successivi.
Venne scelto nel 1966 dal manager del più grande chitarrista di tutti i tempi per affiancare proprio l’electric wizard di Seattle durante i pochi anni della sua ascesa planetaria, assieme al bassista Noel Redding.
Alla corte di Jimi Hendrix fino al 1969, aveva firmato col chitarrista i capitoli migliori della sua carriera, e suonato nei prestigiosi e ormai mitici palchi di Monterey, Woodstock, fino all’Isola di Wight, nell’ultima grande esibizione pubblica del mago delle sei corde prima della sua morte.
Capace di coniugarsi perfettamente con l’estro e lo spirito d’improvvisazione di Hendrix, Mitchell si diresse successivamente verso il jazz e il blues, attraverso le collaborazioni con John Mc Laughlin, Jeff Beck e Muddy Waters.
Unico superstite della storica formazione, Mitchell si trovava a Portland per una delle 18 tappe, l’ultima precisamente, dell’Experience Hendrix Tour, tournée celebrativa dell’axeman di Seattle.
“Siamo tutti distrutti dalla morte di Mitch” – ha dichiarato Janie Hendrix, sorella del chitarrista morto nel 1970 e organizzatrice del tour celebrativo - “Era un uomo meraviglioso, un musicista geniale e un grande amico”.
A pochi giorni dalla morte di Richard Wright, indimenticato tastierista dei Pink Floyd, il mondo del rock perde un’altra sua stella e continua a lacrimare la scomparsa di una generazione irripetibile di glorie.
A noi piace ricordarlo per sempre così:
L’ascesa dei Lost
Lost : è l’avventura di un gruppo di ragazzi appassionati alle nuove mode del pop-punk e del rock alternativo che decidono di mettere su una band e cominciare fin da subito una scalata per il successo.
Scelgono di non usare i mezzi tradizionali ma di saltarli a piè pari, utilizzando piuttosto le nuove frontiere della tecnologia messe a disposizione da piattaforme web come myspace e youtube.
Hanno tutte le carte in regole per colpire l’immaginario del teen ager medio, con il loro look, la loro acconciatura, i testi e i ritornelli precisi e di certo il colpo non si fa attendere.
In pochissimi mesi la loro pagina myspace, www.myspace.com/lostrock, raggiunge un numero incredibile di visitatori e di richieste di amicizia, trascinata dal successo del demo della canzone My(?). Dopo la partecipazione a Total Request Live di MTV e grazie ai tanti passaggi radiofonici e video, sopraggiunge il contratto discografico, che li traghetta immediatamente nelle classifiche italiane col singolo “Oggi”.
Nel gennaio del 2008 segue la pubblicazione del loro primo album, XD, che bissa il successo dei singoli, e nell’estate seguente il gruppo apre i concerti dei Tokio Hotel.
I numerosi sostenitori della band oggi sono in attesa per la pubblicazione ufficiale del nuovo disco, e nel frattempo sostengono i cinque ragazzi nella loro pagina myspace, tra le più visitate dell’ultimo anno tra le nuove leve.
Nel nuovo disco troveranno cover e versioni inedite di pezzi già famosi, mentre il dvd conterrà il concerto eseguito sulla prua di una nave per MTV.
Video “My” dei Lost
Oasis: soddisfazione e identitàBisogna saperli prendere gli Oasis, tutti conoscono le intemperanze del loro carattere e i brutti rapporti che intercorrono con la stampa.
Eppure, ultimamente la brit-pop band sembra aver momentaneamente abbandonato le evidenti spigolosità del loro essere, aprendosi alla stampa con rinnovato vigore.
È il caso delle ultime dichiarazioni di Noel Gallagher, positivamente indirizzate al loro nuovissimo album, Dig Out Your Soul, che sta riscuotendo un larghissimo successo planetario, ed è stato addirittura additato come il “Revolver” degli Oasis, perpetrando così l’ormai solito e continuo parallelo della band dei fratellini con i quattro di Liverpool.
«Dig Out Your Soul ci ha portati dove ci sentiamo più a nostro agio, sia con noi stessi che con tutto ciò che abbiamo costruito. Non c’è alcun bisogno di comporre canzoni pop convenzionali solo per il gusto di farlo. Scriviamo e ci muoviamo come vogliamo, facendo quello che amiamo. Ti siedi e domandi a te stesso: perché allora continui a farlo? E ti rispondi “perché mi piace da impazzire”. Faresti le cose diversamente, qualcos’altro? E mi rispondo di no!
Un modo per raccontare questo nuovo disco, che è volato in vetta alle classifiche di tutta Europa, con nuove suggestioni, pur non rinnegando le loro origini classiche con riferimenti a Beatles e Pink Floyd.

Oasis
Fondamentalismo heavy: musica, metallo e politica
Quasi da non crederci, sembra proprio che una parte del mondo abbia deciso di sdoganare l’heavy metal, il fratello brutto e cattivo del rock, agli occhi dei mass media ufficiali, restituendogli un posto che di certo gli spetta ma che altrettanto certamente forse non si aspetta.
Dopo che la moglie del premier britannico Gordon Brown e l’attore Keanu Reeves hanno partecipato alla presentazione del documentario sull’heavy metal band canadese Anvil, anche il mondo accademico mondiale si presta a riconsiderare il genere tutto nell’economia della modernità.
A Salisburgo, Austria, infatti da oggi 3 novembre si aprirà un convegno di docenti universitari provenienti da tutto il mondo che discuteranno del fenomeno del rock duro nella storia.
I professori, provenienti principalmente dall’Inghilterra, dal Nord America e dalle regioni mediorientali, ma non mancano gli studiosi dell’Europa continentale, si sono riuniti su invito dell’insigne professor Niall Scott, studioso di filosofia e diritto, che ha dichiarato:”È arrivato il momento di discutere e riconoscere il ruolo dell’heavy metal nella società occidentale”.
Il titolo del convegno è “Fondamentalismo heavy: musica, metallo e politica”.
Tra i dibattiti che si succederanno nella tre giorni compaiono i seguenti titoli:
- Heavy Metal nel contesto musulmano: lo sviluppo del genere nell’underground turco;
- Il problema dell’etica nell’heavy metal;
- Rabbia controllata, autenticità ed intensità nell’heavy metal postmoderno;
- Arte e performance, dall’album al palcoscenico;
- Immagine ed iconografia: l’estetica dell’heavy metal;
- I temi filosofici;
- Il rapporto con la letteratura gotica e horror;
- Religione e anti-religione.
Molti dei docenti presenti hanno anche dato notevole contributo alla causa spiegando Kant attraverso i Metallica, o approfondendo indagini di carattere sociologico sul genere.
Che sia l’inizio di un nuovo filone di studi? In tempi in cui l’Università viene afflitta da riforme e polemiche, che vada forse cercata nel suono di una chitarra elettrica la via d’uscita?


